La Principessa di Marte: Dejah Thoris, che è il nome della Principessa. Siamo alla undicesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie.
Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione.
Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
Capitolo XI
Quando raggiungemmo l’aperto, le due guardiane addette alla sorveglianza di Dejah Thoris ci vennero incontro in fretta, facendo atto di voler riprendere il controllo su di lei. La povera fanciulla si strinse contro di me, e sentii le sue piccole mani chiudersi con forza attorno al mio braccio. Scacciando le donne con un gesto, dissi loro che d’ora in poi sarebbe stata Sola ad occuparsi della prigioniera; e aggiunsi, rivolto a Sarkoja, che se avesse osato infliggere ancora una sola delle sue crudeli attenzioni a Dejah Thoris, la sua fine sarebbe stata improvvisa e dolorosa.
La mia minaccia, purtroppo, si rivelò infelice e fece più male che bene a Dejah Thoris, perché — come avrei appreso in seguito — su Marte gli uomini non uccidono le donne, né le donne uccidono gli uomini. Così Sarkoja si limitò a scagliarci un’occhiata piena d’odio e se ne andò, senz’altro intento che macchinare nuove perfidie contro di noi.
Poco dopo trovai Sola e le spiegai che desideravo proteggesse Dejah Thoris così come aveva protetto me; che cercasse un nuovo alloggio dove Sarkoja non potesse entrare, e infine le dissi che io stesso avrei preso dimora tra gli uomini.
Sola gettò un’occhiata agli ornamenti che portavo in mano e sulla spalla.
«Sei un grande capo, adesso, John Carter» disse. «Devo dunque obbedirti… anche se, in verità, sarei lieta di farlo comunque. L’uomo al quale apparteneva il metallo che indossi era giovane, ma era già un grande guerriero, e grazie ai suoi avanzamenti e alle sue uccisioni aveva quasi raggiunto il rango di Tars Tarkas che, come sai, è secondo soltanto a Lorquas Ptomel. Tu sei undicesimo: in tutta questa comunità solo dieci capi possono superarti in valore.»
«E se dovessi uccidere Lorquas Ptomel?» domandai.
«Saresti primo, John Carter; ma potresti ottenere tale onore solo con il consenso di tutto il consiglio, che dovrebbe autorizzare Lorquas Ptomel ad affrontarti in combattimento. Oppure, se fosse lui ad attaccarti, potresti ucciderlo per legittima difesa e conquistare così il primo posto.»
Risi, e cambiai discorso: non avevo alcun particolare desiderio di uccidere Lorquas Ptomel, né tanto meno di diventare un jed dei Thark.
Accompagnai Sola e Dejah Thoris nella ricerca di nuovi alloggi. Li trovammo in un edificio più vicino alla sala delle udienze, di architettura assai più sontuosa rispetto alla nostra precedente dimora. Vi scoprimmo anche vere stanze da letto, con antichi letti di metallo finemente lavorato sospesi a enormi catene d’oro che pendevano dai soffitti di marmo. Le pareti erano decorate in modo elaboratissimo e, a differenza degli affreschi degli altri edifici che avevo esaminato, si vedevano molte figure umane. Erano persone simili a me e di carnagione molto più chiara di quella di Dejah Thoris. Indossavano abiti fluenti ed eleganti, riccamente ornati di metalli e gioielli, e la loro chioma folta era di un bellissimo color bronzo dorato o rossastro. Gli uomini erano glabri e solo pochi portavano armi. Le scene rappresentavano per lo più un popolo dalla pelle chiara e dai capelli chiari intento a giocare.
Dejah Thoris intrecciò le mani con un’esclamazione di rapimento mentre contemplava quelle magnifiche opere d’arte, create da un popolo estinto da tempo; Sola, invece, sembrava non vederle affatto.
Decidemmo di usare quella stanza, al secondo piano e affacciata sulla piazza, per Dejah Thoris e Sola e un’altra stanza adiacente, sul retro, per cucinare e riporre le provviste. Poi mandai Sola a prendere la biancheria da letto e il cibo e gli utensili di cui avrebbe potuto avere bisogno, dicendole che nel frattempo avrei vegliato io su Dejah Thoris.
Quando Sola si allontanò, Dejah Thoris si voltò verso di me con un lieve sorriso.
«E dove mai potrebbe fuggire la tua prigioniera, se tu la lasciassi sola, se non per seguirti e implorare la tua protezione, e chiederti perdono dei pensieri crudeli che ha nutrito contro di te in questi ultimi giorni?»
«Hai ragione» risposi. «Non c’è fuga per nessuno di noi due, se non insieme.»
«Ho udito la sfida che hai lanciato alla creatura che chiamate Tars Tarkas, e credo di capire quale sia la tua posizione fra questo popolo. Ma ciò che non riesco a comprendere è quando dici di non essere di Barsoom.
«In nome del mio primo antenato, allora» proseguì, «da dove vieni? Sei simile al mio popolo, eppure tanto diverso. Parli la mia lingua, e tuttavia ti ho sentito dire a Tars Tarkas che l’hai appresa da poco. Tutti i Barsoomiani parlano la stessa lingua, dal sud coperto di ghiacci al nord coperto di ghiacci, benché la loro scrittura sia diversa. Solo nella valle di Dor, dove il fiume Iss si getta nel mare perduto di Korus, si suppone che parlino un’altra lingua; e, tranne che nelle leggende dei nostri antenati, non esiste alcun racconto di un Barsoomiano che sia venuto qui risalendo l’Iss dalle sponde di Korus, nella valle di Dor. Non dirmi che tu arrivi da lì! Ti ucciderebbero orribilmente ovunque in qualsiasi altro posto di Barsoom, se ciò fosse vero; dimmi che non è così!»
I suoi occhi erano colmi di una luce strana, inquieta; la sua voce era supplichevole, e le piccole mani, posate sul mio petto, premevano contro di me come a voler strappare una smentita dal mio stesso cuore.
«Non conosco i vostri costumi, Dejah Thoris, ma nella mia Virginia un gentiluomo non mente per salvare se stesso. Non vengo da Dor; non ho mai visto il misterioso Iss; il mare perduto di Korus è, per quanto mi riguarda, ancora perduto. Mi credi?»
E all’improvviso compresi che desideravo intensamente che lei mi credesse. Non perché temessi le conseguenze che sarebbero derivate dal fatto che altri potessero pensare che io fossi arrivato dal paradiso o dall’inferno barsoomiano, o quel che fosse. Perché allora? Perché mai avrei dovuto preoccuparmi del suo giudizio? Guardai verso di lei: il suo viso meraviglioso, alzato verso di me, e quegli occhi splendidi che spalancavano davanti a me la profondità stessa della sua anima. E quando i miei occhi incontrarono i suoi capii perché, e… rabbrividii.
Una simile ondata di emozione parve attraversare anche lei; si allontanò con un sospiro e, con il viso serio e bellissimo rivolto verso il mio, sussurrò: «Ti credo, John Carter; non so che cosa sia un gentiluomo, né ho mai sentito nominare prima la Virginia; ma su Barsoom nessun uomo mente: se non vuole dire la verità, tace. Dov’è questa Virginia, la tua patria, John Carter?» chiese, e mi parve che quel nome della mia terra così caro non fosse mai suonato più bello di quanto fece allora, uscendo da quelle labbra perfette in quel giorno ormai lontano.
«Vengo da un altro mondo» risposi, «il grande pianeta Terra, che ruota attorno al nostro sole comune ed è il più vicino al vostro Barsoom, che noi chiamiamo Marte. Come io sia giunto qui non posso dirtelo, perché non lo so, ma eccomi qui e poiché la mia presenza mi ha permesso di servire te, Dejah Thoris, sono lieto di esservi arrivato.»
Mi fissò con occhi inquieti, a lungo, interrogandosi. Sapevo bene quanto fosse difficile credere a ciò che le avevo detto, né potevo sperare che vi riuscisse, per quanto desiderassi la sua fiducia e il suo rispetto. Avrei preferito non dirle nulla delle mie origini, ma nessun uomo avrebbe potuto guardare nella profondità di quegli occhi e rifiutare anche il più tenue dei suoi desideri.
Alla fine, sorrise e, alzandosi, disse: «Dovrò crederti, anche se non posso comprendere. Posso facilmente vedere che non appartieni al Barsoom di oggi; ci somigli, eppure sei diverso… ma perché dovrei affaticare la mia povera testa con un tale problema, quando il mio cuore mi dice che credo perché desidero crederci!»
Era una buona logica — buona, terrena, femminile — e se soddisfaceva lei, io certo non avevo appigli per criticarla. In effetti era quasi l’unico tipo di logica applicabile al mio caso. Cadde allora tra noi una conversazione più generale: domande e risposte da entrambe le parti. Era curiosa di conoscere i costumi del mio popolo e mostrò una notevole conoscenza degli avvenimenti della Terra. Quando la incalzai su questa sua apparente familiarità con le cose terrestri, rise ed esclamò:
«Ma ogni scolaro di Barsoom conosce la geografia, e molte cose sulla fauna e sulla flora, come pure la storia del vostro pianeta, almeno quanto quella del proprio! Non possiamo forse vedere tutto ciò che accade sulla Terra — come la chiamate voi — dato che non è forse sospesa in cielo, ben visibile?»
Devo confessare che questo mi sconcertò almeno quanto le mie affermazioni avevano sconcertato lei e glielo dissi apertamente. Allora mi spiegò, a grandi linee, gli strumenti che il suo popolo usava e perfezionava da secoli, e che permettevano loro di proiettare su uno schermo un’immagine perfetta di ciò che avveniva su qualsiasi pianeta e su molte stelle. Queste immagini erano così nitide nei dettagli che, quando fotografate e ingrandite, si potevano distinguere chiaramente oggetti non più grandi di un filo d’erba. In seguito, a Helium, vidi molte di quelle immagini e gli strumenti che le producevano.
«Se dunque siete così familiari con le cose della Terra» domandai, «perché non mi riconosci come uno degli abitanti di quel pianeta?»
Lei sorrise di nuovo, come si sorride indulgenti a un bambino che fa troppe domande.
«Perché, John Carter» rispose, «quasi ogni pianeta o stella che abbia condizioni atmosferiche anche solo vagamente simili a quelle di Barsoom mostra forme di vita animale quasi identiche a te e a me; ma, gli uomini della Terra, quasi senza eccezione, coprono i loro corpi con strani e sgradevoli pezzi di stoffa, e le loro teste con orrendi congegni di cui non siamo mai riusciti a intuire lo scopo; mentre tu, quando fosti trovato dai guerrieri tharkiani, eri del tutto scoperto e privo di ornamenti.
«Il fatto che tu non portassi alcun ornamento è una prova forte della tua origine non barsoomiana, eppure l’assenza di quei grotteschi e tipici rivestimenti potrebbe far pensare che tu non venga dalla Terra.»
Le raccontai allora i dettagli della mia partenza dalla Terra, spiegandole che il mio corpo laggiù giaceva in quel momento completamente addobbato con tutti quegli strani indumenti tipici del mio mondo, che per lei erano bizzarri. Ma fu allora che Sola tornò con i nostri pochi averi e con il giovane marziano che aveva in custodia e che naturalmente avrebbe dovuto condividere in quegli alloggi.
Sola ci chiese se avessimo avuto visite durante la sua assenza e parve molto sorpresa quando rispondemmo di no. Le era sembrato infatti, salendo verso i piani superiori dove si trovavano i nostri quartieri, di aver incrociato Sarkoja che scendeva. Concludemmo che dovesse essere stata in ascolto, ma poiché non riuscivamo a ricordare di aver detto nulla di importante, liquidammo la faccenda come di scarsa importanza, limitandoci a prometterci la massima prudenza per il futuro.
Dejah Thoris e io ci mettemmo allora a esaminare l’architettura e le decorazioni delle splendide stanze dell’edificio. Mi disse che a suo avviso quei popoli avevano prosperato più di centomila anni fa. Erano gli antichi progenitori della sua razza, ma si erano mescolati con l’altra grande stirpe dei primi marziani, quella molto scura, quasi nera e poi con la razza giallo-rossastra che aveva prosperato nello stesso periodo.
Queste tre grandi specie di marziani antichi erano state costrette a una potente alleanza quando il prosciugamento dei mari di Marte li aveva costretti a cercare le poche, e sempre più ridotte, zone fertili e a difendersi, in condizioni di vita nuove, dalle orde selvagge degli uomini verdi.
Secoli di stretta convivenza e di matrimoni misti avevano prodotto la razza degli uomini rossi, di cui Dejah Thoris era una splendida e bellissima figlia. Durante le epoche di dure difficoltà e di incessanti guerre tra le varie stirpi, così come contro gli uomini verdi, e prima che si adattassero pienamente alle mutate condizioni di vita, gran parte della loro antica civiltà e molte delle arti dei marziani dai capelli chiari erano andate perdute; ma la razza rossa dei giorni nostri ha raggiunto un punto in cui ritiene di aver compensato, con nuove scoperte e una civiltà più organizzata, tutto ciò che giace irrimediabilmente sepolto con gli antichi Barsoomiani sotto gli innumerevoli secoli trascorsi.
Questi antichi marziani erano stati una razza altamente colta e letteraria, ma durante le vicissitudini di quei secoli difficili di riadattamento alle nuove condizioni non solo il loro progresso e la loro produzione cessarono del tutto, ma praticamente tutti i loro archivi, registri e opere letterarie andarono perduti.
Dejah Thoris mi raccontò molti fatti e leggende interessanti su questa razza di gente nobile e benevola scomparsa. Disse che la città in cui ci eravamo accampati dovesse essere stato un centro di commercio e cultura conosciuto come Korad. Era stata costruita su un bellissimo porto naturale, chiuso da magnifiche colline. Mi spiegò che la piccola valle sul lato occidentale della città era tutto ciò che restava del porto, mentre il passaggio attraverso le colline fino all’antico fondo del mare, era stato il canale attraverso cui le imbarcazioni risalivano fino alle porte della città.
Le rive degli antichi mari erano costellate di città come questa e più piccole in numero che andava sempre a diminuire, tutte convergenti verso il centro degli oceani, man mano che il popolo era stato costretto a seguire le acque in ritirata, finché la necessità non aveva imposto loro la salvezza ultima: i cosiddetti canali marziani.
Eravamo stati così assorbiti nell’esplorazione e nella nostra conversazione che ci accorgemmo dell’ora tarda solo quando era ormai pomeriggio. Fummo richiamati alla consapevolezza delle nostre condizioni presenti da un messaggero che recava un ordine da parte di Lorquas Ptomel il quale mi intimava di presentarmi immediatamente al suo cospetto. Salutando Dejah Thoris e Sola, e comandando a Woola di restare di guardia, mi affrettai verso la sala delle udienze, dove trovai Lorquas Ptomel e Tars Tarkas seduti sul palco rialzato.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
