La Principessa di Marte – Ricognizione aerea su Zodanga, è la venunesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
- La Principessa di Marte: prima puntata
- La Principessa di Marte: seconda puntata
- Su Marte
- Un prigioniero
- Il mio cane da guardia
- Una lotta
- La Nursery
- Una bella prigioniera
- Imparo la lingua
- Campione e comandante
- Dejah Thoris
- Un prigioniero con potere
- Corteggiamenti
- Un duello all’ultimo sangue
- La storia di Sola
- Progettiamo la fuga
- Una ricattura molto penosa
- In catene a Warhoon
- Combattimento nell’arena
- Nella Fabbrica dell’Atmosfera
- Ricognizione aerea su Zodanga
- Ritrovo Dejah
Capitolo XXI
Mentre proseguivo il mio viaggio verso Zodanga, la mia attenzione venne catturata da molti spettacoli insoliti e affascinanti e, nelle diverse fattorie dove mi fermai, ebbi occasione di apprendere tante informazioni nuove e istruttive sui costumi e sui metodi di vita a Barsoom.
L’acqua che alimenta le fattorie di Marte viene raccolta in immensi serbatoi sotterranei situati presso entrambi i poli, dove l’acqua si accumula per lo scioglimento delle calotte polari. Da lì è pompata attraverso lunghissimi condotti fino ai vari centri abitati. Su entrambi i lati di questi canali artificiali, per tutta la loro lunghezza, si estendono le terre coltivate. Esse sono suddivise in appezzamenti di dimensioni pressoché uguali, ciascuno amministrato da uno o più funzionari governativi.
Invece di allagare la superficie dei campi, sprecando così enormi quantità d’acqua per via dell’evaporazione, il prezioso liquido viene distribuito nel sottosuolo attraverso una vastissima rete di piccole tubature, che lo portano direttamente alle radici delle piante. Per questo motivo i raccolti di Marte sono sempre regolari: non c’è mai siccità, non esistono piogge, né venti impetuosi, e mancano completamente insetti o uccelli che possano danneggiare le coltivazioni.
Durante il viaggio assaggiai la prima carne da quando avevo lasciato la Terra: grandi e succulente bistecche e costolette ricavate dagli animali domestici allevati nelle fattorie. Gustai inoltre frutti e ortaggi squisiti, ma non trovai un solo alimento che fosse davvero identico a quelli conosciuti sulla Terra. Piante, fiori, ortaggi e animali erano stati perfezionati da secoli di pazienti selezioni e di rigorosi allevamenti scientifici a un livello tale che i loro equivalenti terrestri sarebbero sembrati, al confronto, pallide e insignificanti imitazioni, prive di carattere.
Durante una seconda sosta incontrai alcune persone di nobile condizione, assai colte, e nel corso della conversazione finimmo per parlare di Helium. Uno degli uomini più anziani vi si era recato alcuni anni prima come membro di una missione diplomatica e parlò con rammarico delle circostanze che sembravano destinate a mantenere i due paesi in uno stato di guerra permanente.
«Helium», disse, «va giustamente fiera di possedere le donne più belle di tutto Barsoom, e fra tutti i suoi tesori la meravigliosa figlia di Mors Kajak, Dejah Thoris, è il fiore più splendido.
«Pensate che il popolo arriva quasi a adorare il suolo che lei calpesta e, da quando è scomparsa durante quella sfortunata spedizione, l’intera Helium è vestita a lutto.
«Che il nostro sovrano abbia attaccato la flotta, già gravemente danneggiata, mentre faceva ritorno a Helium, è stato soltanto l’ennesimo dei suoi deplorevoli errori, uno sbaglio che temo finirà prima o poi per convincere Zodanga a sostituirlo con un governante più saggio.»
«Perfino adesso, mentre i nostri eserciti vittoriosi stringono d’assedio Helium, il popolo di Zodanga manifesta apertamente il proprio malcontento. Questa guerra, infatti, è tutt’altro che popolare, perché non si fonda né sul diritto né sulla giustizia. Le nostre forze hanno approfittato dell’assenza della flotta principale di Helium, partita alla ricerca della principessa, e così sono riuscite con facilità a ridurre la città in condizioni disperate. Si dice che cadrà entro pochi transiti della luna più lontana.»
«E quale credete possa essere stata la sorte della principessa Dejah Thoris?» chiesi, cercando di mantenere un tono il più possibile indifferente.
«È morta», rispose. «Questo è quanto abbiamo appreso da un guerriero verde catturato di recente dalle nostre truppe nel sud. Era riuscita a fuggire dalle orde di Thark insieme a una strana creatura proveniente da un altro mondo, ma poi è caduta nelle mani dei Warhoon. I loro thoat furono ritrovati a vagavare sul fondo del mare prosciugato e, non lontani, furono scoperti i segni di un sanguinoso combattimento.»
Sebbene quelle notizie non avessero nulla di rassicurante, non costituivano neppure una prova certa della morte di Dejah Thoris. Decisi quindi di fare tutto il possibile per raggiungere Helium nel più breve tempo possibile e riferire a Tardos Mors tutto ciò che sapevo dei possibili spostamenti di sua nipote.
Dieci giorni dopo la mia separazione dai tre fratelli Ptor giunsi a Zodanga.
Fin dal momento in cui ero entrato in contatto con gli abitanti rossi di Marte avevo notato che Woola attirava su di me un’attenzione indesiderata eppure inevitabile, poiché quell’enorme bestia apparteneva a una specie che gli uomini rossi non addomesticavano mai. Passeggiare lungo Broadway con un leone numidico alle calcagna avrebbe probabilmente suscitato un effetto molto simile a quello che potevo produrre entrando a Zodanga accompagnato da Woola.
Il solo pensiero di separarmi dalla mia fedele compagna mi riempiva di sincero e profondo dolore e rimandai quel momento fino a quando non fummo quasi alle porte della città. Alla fine, però, fu inevitabile dividerci.
Nessuna ragione avrebbe potuto convincermi ad allontanare l’unica creatura di Barsoom che mai avesse mancato di dimostrarmi affetto e lealtà, se fosse dipeso soltanto dalla mia sicurezza o dal mio benessere. Ma, poiché ero disposto a sacrificare perfino la mia vita per colei che stavo cercando e per la quale mi accingevo ad affrontare gli ignoti pericoli di quella città, tuttora così misteriosa ai miei occhi, non potevo permettere che la presenza di Woola mettesse in pericolo il successo di quella impresa e, soprattutto, che minacciasse la sua stessa vita. Del resto, speravo che non avrebbe impiegato molto a dimenticarmi.
Così diedi alla povera bestia un affettuoso addio, promettendole però che, se fossi uscito vivo dalla mia avventura, avrei trovato il modo di tornare a cercarla.
Sembrò comprendere perfettamente le mie parole e, quando gli indicai la direzione di Thark, si voltò tristemente e si allontanò. Io, però, non ebbi il coraggio di seguirla con lo sguardo. Mi imposi dunque di volgere il viso verso Zodanga e, con il cuore colmo di malinconia, mi avvicinai alle sue severe mura.
La lettera che portavo con me mi procurò l’immediato ingresso oltre la cinta di mura della vasta città. Era ancora molto presto e le strade erano quasi deserte. Le abitazioni, poste su alti pilastri metallici, ricordavano enormi nidi, mentre i sostegni davano l’impressione di giganteschi tronchi d’acciaio. I negozi, invece, di regola non erano sopraelevati e le loro porte non erano sprangate né chiuse a chiave, poiché su Barsoom i furti erano praticamente inesistenti. L’assassinio, al contrario, rappresentava il timore costante di tutti i Barsoomiani ed era proprio per questa ragione che, durante la notte e nei momenti di pericolo, le abitazioni venivano sollevate ben al di sopra del suolo.
I fratelli Ptor mi avevano fornito istruzioni precise per raggiungere il quartiere dove avrei trovato alloggio e dove si trovavano gli uffici dei funzionari governativi ai quali avevano indirizzato le loro lettere di presentazione. Il mio cammino mi condusse verso la piazza centrale, elemento caratteristico di tutte le città marziane.
La piazza di Zodanga si stendeva per un miglio quadrato ed era circondata dai palazzi dello jeddak, degli jed e degli altri membri della famiglia reale e della nobiltà di Zodanga, oltre ai principali edifici pubblici, i caffè e i negozi.
Mentre attraversavo la vasta piazza, perdendomi nell’ammirazione per la stupenda architettura e la rigogliosa vegetazione scarlatta che ricopriva gli ampi prati come un tappeto, scorsi un marziano rosso che avanzava a passo svelto lungo uno dei viali. Non mi prestò la minima attenzione, ma quando mi fu accanto lo riconobbi. Mi voltai, gli posai una mano sulla spalla ed esclamai:
«Kaor, Kantos Kan!»
Si voltò con la rapidità del fulmine e, prima ancora che riuscissi ad abbassare la mano, la punta della sua lunga spada era già puntata contro il mio petto.
«Chi sei?» ringhiò.
Poi, quando con un balzo all’indietro mi fui allontanato di una quindicina di metri dalla sua lama, abbassò la spada fino a toccare il suolo e scoppiò a ridere.
«Non potevi darmi risposta migliore. Su tutto Barsoom esiste un solo uomo capace di rimbalzare come una palla di gomma. Per la madre della luna più lontana, John Carter, come sei arrivato fin qui? E da quando sei diventato un Darseen, capace di cambiare colore a tuo piacimento?»
«Mi hai fatto vivere il mezzo minuto più brutto della mia vita, amico », proseguì, dopo che gli ebbi rapidamente raccontato le mie avventure dal momento in cui ci eravamo separati nell’arena di Warhoon. «Se gli abitanti di Zodanga conoscessero il mio nome e la città da cui provengo, tra poco siederei sulle rive del mare perduto di Korus in compagnia dei miei venerati antenati. Sono qui per conto di Tardos Mors, jeddak di Helium, nel tentativo di scoprire dove sia tenuta prigioniera la principessa Dejah Thoris.
«Sab Than, principe di Zodanga, la nasconde qui in città ed è perdutamente innamorato di lei. Suo padre, Than Kosis, jeddak di Zodanga, ha posto come prezzo della pace tra i nostri due paesi che Dejah Thoris consenta volontariamente a sposare suo figlio. Ma Tardos Mors ha rifiutato le condizioni e ha fatto sapere che lui e il suo popolo preferirebbero contemplare il volto senza vita della loro principessa piuttosto che vederla sposare un uomo diverso da quello che lei stessa avrà scelto. Ha aggiunto che, personalmente, preferirebbe essere sepolto sotto le ceneri di una Helium distrutta dalle fiamme piuttosto che unire il metallo della propria casata a quello della casa di Than Kosis.
«La sua risposta è stata il più grave affronto che potesse infliggere a Than Kosis e agli abitanti di Zodanga. Eppure, il popolo di Helium lo ama oggi più di prima, e la sua autorità è più salda che mai.»
«Sono qui da tre giorni», proseguì Kantos Kan, «ma non sono ancora riuscito a scoprire dove tengano prigioniera Dejah Thoris. Da oggi entrerò nella marina aerea di Zodanga come ricognitore e sperando di conquistare la fiducia del principe Sab Than, che comanda questa divisione della flotta. È così che conto di scoprire dove si trovi Dejah Thoris. Sono felice che tu sia qui, John Carter. Conosco la tua lealtà nei confronti della mia principessa e sono certo che, lavorando insieme, potremo ottenere molto.»
La piazza cominciava ormai ad animarsi. La gente andava e veniva, diretta alle proprie occupazioni quotidiane. I negozi aprivano le porte e i caffè si riempivano dei primi avventori del mattino.
Kantos Kan mi condusse in uno di quei magnifici locali, dove il servizio era affidato esclusivamente a dispositivi meccanici. In risposta alla semplice pressione di piccoli pulsanti con i quali ciascuno indicava ciò che desiderava, nessuna mano umana toccava il cibo da quando entrava nell’edificio allo stato grezzo, fino a quando ricompariva, caldo e appetitoso, direttamente sui tavoli dei clienti.
Terminato il pasto, Kantos Kan mi accompagnò al quartier generale della squadra di ricognitori aerei e, dopo avermi presentato al comandante, chiese di farmi arruolare nel corpo.
Secondo le regole era necessario sostenere un esame d’ammissione, ma Kantos Kan mi aveva già rassicurato, dicendomi di non preoccuparmi perché avrebbe pensato lui a ogni cosa.
E infatti risolse il problema portando personalmente la mia richiesta all’ufficiale esaminatore e presentandosi come se fosse lui, John Carter.
«Questo piccolo inganno verrà scoperto di sicuro», mi spiegò con allegria, «quando confronteranno il mio peso, le mie misure e gli altri dati identificativi personali. Ma ciò non accadrà prima di parecchi mesi e, molto prima di allora, la nostra missione sarà terminata bene… oppure definitivamente fallita.»
I giorni successivi trascorsero con Kantos Kan che mi insegnava i segreti del volo e il modo di aggiustare i raffinati congegni che i Marziani utilizzavano per spostarsi nell’aria.
Il corpo di questi velivoli monoposto era lungo circa cinque metri e largo poco più di sessanta centimetri. Lo scafo, estremamente sottile e rastremato alle due estremità fino a terminare a punta, racchiudeva al suo interno il sistema che permetteva al velivolo di restare sospeso nell’aria. Il pilota sedeva nella parte superiore dell’apparecchio, su un sedile sistemato direttamente sopra il piccolo e silenzioso motore al radio che lo azionava. Il mezzo di sostentamento consisteva nell’ottavo raggio barsoomiano, o, come forse sarebbe più corretto definirlo, raggio propulsore, viste le sue proprietà.
Questo raggio, come anche il nono, è sconosciuto sulla Terra. I Marziani avevano però scoperto che costituisce una proprietà intrinseca di ogni forma di luce, qualunque sia la sorgente da cui essa proviene.
Essi avevano compreso che è l’ottavo raggio solare a spingere la luce del Sole fino ai vari pianeti e che, a sua volta, l’ottavo raggio caratteristico di ciascun pianeta «riflette», o meglio rilancia, quella stessa luce nello spazio.
L’ottavo raggio solare verrebbe assorbito dalla superficie di Barsoom, ma l’ottavo raggio barsoomiano, che tende a proiettare la luce di Marte verso lo spazio, fluisce costantemente dal pianeta, generando una forza che si oppone alla gravità. Quando questa forza viene confinata all’interno delle pareti metalliche del velivolo, è in grado di sollevare dalla superficie del suolo pesi enormi.
È grazie a questo raggio che i Marziani hanno potuto perfezionare l’arte del volo al punto che gigantesche navi da guerra, di gran lunga più pesanti di quelle esistenti sulla Terra, solcano la sottile atmosfera di Barsoom con la stessa grazia e leggerezza con cui un piccolo pallone giocattolo si libra nella densa atmosfera terrestre.
Nei primi anni successivi alla scoperta di questo raggio e prima che i Marziani imparassero a misurare e controllare quella straordinaria forza, si verificarono numerosi incidenti. In un caso, circa novecento anni prima, la prima grande nave da guerra costruita con serbatoi per l’ottavo raggio venne caricata con una quantità eccessiva di quella misteriosa energia. Salpò da Helium con cinquecento ufficiali e marinai a bordo… e non fece mai più ritorno.
La sua forza di repulsione nei confronti del pianeta fu tanto grande da sospingerla nello spazio profondo. Ancora oggi, grazie a potenti telescopi, la si può vedere sfrecciare nei cieli a circa diecimila miglia da Marte: un minuscolo satellite artificiale destinato a orbitare intorno a Barsoom fino alla fine dei tempi.
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Il quarto giorno dopo il mio arrivo a Zodanga effettuai il mio primo volo e, come conseguenza di quell’impresa, ottenni una promozione che comprendeva anche un alloggio nel palazzo di Than Kosis.
Dopo essermi innalzato sopra la città, compii alcuni giri in cerchio, come avevo visto fare a Kantos Kan. Quindi portai il motore alla massima potenza e mi lanciai verso sud a una velocità vertiginosa, seguendo uno dei grandi canali d’acqua che raggiungevano Zodanga in quella direzione.
Avevo percorso forse duecento miglia in poco meno di un’ora quando scorsi, molto al di sotto di me, tre guerrieri verdi che galoppavano furiosamente all’inseguimento di una piccola figura a piedi, intenta a raggiungere il recinto di uno dei campi coltivati.
Feci precipitare rapidamente il mio apparecchio verso di loro e, dopo aver descritto un’ampia curva per portarmi alle spalle degli inseguitori, mi accorsi che la loro preda era un Marziano rosso che portava le insegne metalliche dello squadrone di ricognizione aerea al quale appartenevo io stesso.
Poco lontano giaceva il suo piccolo velivolo, circondato dagli attrezzi con i quali, evidentemente, stava cercando di riparare un guasto, ma era stato sorpreso dai guerrieri verdi.
Ormai gli erano quasi addosso. I loro thoat lanciati al galoppo, stavano per piombare a una velocità impressionante sulla figura relativamente esile del Marziano rosso, mentre i cavalieri si sporgevano verso destra brandendo le loro grandi lance con la punta rivestita di metallo. Ognuno voleva essere il primo a trafiggere il povero zodangano e, tra un attimo, se io non fossi arrivato in tempo, il suo destino sarebbe stato segnato.
Ho dunque lanciato il mio piccolo velivolo militare alla massima velocità direttamente alle spalle dei guerrieri, raggiungendoli in pochi istanti e, senza rallentare, conficcai la prua del mio apparecchio tra le spalle del più vicino.
L’urto, abbastanza violento da trapassare diversi centimetri d’acciaio massiccio, scagliò il corpo decapitato del guerriero oltre la testa del suo thoat, facendolo cadere pesantemente sul tappeto di muschio.
Le cavalcature degli altri due guerrieri si voltarono nitrendo di terrore e fuggirono al galoppo in direzioni opposte.
Ridussi la velocità, descrissi un ampio cerchio e atterrai per piedi lo sbalordito zodangano, che mi colmò di calorosi ringraziamenti per il mio tempestivo intervento e mi assicurò che quell’impresa avrebbe ricevuto la ricompensa che meritava. Infatti, l’uomo al quale avevo salvato la vita altri non era se non un cugino dello jeddak di Zodanga.
Non perdemmo tempo in conversazioni. Sapevamo entrambi che i guerrieri sarebbero certamente tornati non appena fossero riusciti a riprendere il controllo delle loro cavalcature.
Ci precipitammo quindi verso il suo velivolo danneggiato e ci mettemmo al lavoro con tutte le nostre forze per completare le riparazioni necessarie. Eravamo ormai sul punto di terminare quando vedemmo i due guerrieri verdi ritornare a tutta velocità da lati diversi.
Quando giunsero a un centinaio di metri, i loro thoat si imbizzarrirono di nuovo e rifiutarono ostinatamente di avanzare verso la macchina volante che li aveva terrorizzati.
Alla fine, i due guerrieri smontarono di sella e legarono le zampe ai thoat per bloccarli, quindi avanzarono a piedi, con le lunghe spade già sguainate.
Mi feci incontro al più robusto dei due, dicendo allo zodangano di cavarsela come meglio poteva con quell’altro.
Mi sbarazzai del mio avversario quasi senza sforzo; ormai, dopo tanta pratica, era diventata per me un’abitudine. Mi precipitai quindi in aiuto del mio nuovo amico, che trovai in una situazione davvero disperata.
Era ferito e giaceva a terra, con l’enorme piede dell’avversario premuto sulla gola, mentre la lunga spada del guerriero verde era già sollevata per vibrare il colpo definitivo.
Con un balzo coprii i quindici metri che ci separavano e, allungando il braccio, piantai la mia spada nel corpo del guerriero verde da parte a parte.
La sua lama cadde innocua al suolo ed egli si afflosciò sul corpo dello zodangano.
Un rapido esame rivelò che quest’ultimo non aveva riportato ferite serie e, dopo un breve riposo, dichiarò di sentirsi abbastanza bene per tentare il viaggio di ritorno.
Avrebbe però dovuto pilotare personalmente il suo velivolo, poiché quelle fragili macchine erano progettate per trasportare una persona soltanto.
Terminate rapidamente le riparazioni, ci sollevammo insieme nel limpido cielo marziano, privo di nubi, e facemmo ritorno a Zodanga a gran velocità, senza altri incidenti.
Quando ci avvicinammo alla città, scorgemmo una immensa folla di civili e di soldati radunata nella grande pianura di fronte alle mura.
Il cielo era oscurato da una miriade di battelli della flotta, velivoli privati e navi da diporto pubbliche, tutti adornati con lunghi festoni di sete dai colori vivaci e a vessilli e bandiere di forma insolita e pittoresca.
Il mio compagno fece cenno di rallentare e, portando il suo velivolo accanto al mio, mi propose di avvicinarci per assistere alla cerimonia. Mi spiegò che si trattava della consegna di onorificenze agli ufficiali e ai soldati che si erano distinti per coraggio o per altri meriti eccezionali.
Srotolò quindi un piccolo stendardo che indicava come il suo apparecchio fosse quello di un membro della famiglia reale di Zodanga e, insieme, ci facemmo strada attraverso il fitto intreccio di velivoli sospesi a bassa quota, finché ci trovammo proprio sopra al jeddak di Zodanga e al suo stato maggiore.
Gli uomini erano in sella ai piccoli thoat domestici dei Marziani rossi e le loro bardature, distinte da moltissimi ornamenti, erano ricoperte da innumerevoli piume dai colori sgargianti. Sicché non potei fare a meno di assimilarli a una tribù di Pellirosse sulla Terra.
Uno degli ufficiali dello stato maggiore richiamò l’attenzione di Than Kosis sulla presenza del mio compagno sopra di loro e il sovrano gli fece segno di scendere.
Mentre attendevano che le truppe si schierassero davanti al jeddak, i due parlarono a lungo e con grande intensità. Di tanto in tanto Than Kosis e gli altri ufficiali alzavano gli occhi verso di me.
Purtroppo, non riuscivo a udire cosa si dicessero.
Poco dopo la conversazione terminò e tutti smontarono di sella, poiché anche l’ultimo reparto aveva preso posizione davanti al sovrano.
Uno degli aiutanti di campo si fece avanti e, pronunciando il nome di un soldato, gli ordinò di venire avanti.
L’ufficiale descrisse quindi l’atto di eroismo che aveva meritato l’approvazione del jeddak il quale si avvicinò appuntando sul braccio sinistro del militare una decorazione metallica.
Dieci uomini avevano già ricevuto l’onorificenza quando l’aiutante di campo chiamò a gran voce:
«John Carter, ricognitore aereo!»
Mai, in tutta la mia vita, ero rimasto più sorpreso.
Ma l’abitudine alla disciplina militare era profondamente radicata in me. Feci quindi atterrare con leggerezza il mio piccolo velivolo, scesi e avanzai a piedi, come avevo visto fare agli altri.
Quando mi fermai davanti all’ufficiale, egli mi rivolse la parola con una voce abbastanza forte da essere udita da tutti i soldati e dagli spettatori presenti.
«In riconoscimento, John Carter,» disse, «del tuo eccezionale coraggio e della tua abilità nel difendere la persona del cugino del jeddak Than Kosis e per aver sconfitto, da solo, tre guerrieri verdi, il nostro jeddak desidera conferirti questo segno della sua stima.»
Than Kosis avanzò allora verso di me appuntandomi personalmente la decorazione e disse:
«Mio cugino mi ha raccontato della tua straordinaria impresa, che ha davvero del miracoloso. Se sei stato capace di difendere con valore il cugino del jeddak, saprai certamente difendere ancor meglio la persona del jeddak stesso. Ti nomino pertanto padwar delle Guardie e, d’ora in avanti, alloggerai nel mio palazzo.»
Lo ringraziai e, seguendo le sue istruzioni, andai a unirmi agli ufficiali dello stato maggiore.
Terminata la cerimonia, riportai il mio velivolo a posto sul tetto della caserma dello squadrone dei ricognitori aerei e, accompagnato da un attendente del palazzo incaricato di guidarmi, mi presentai all’ufficiale responsabile della residenza reale.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione di ChatGPT.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
