La Principessa di Marte: una bella prigioniera ottava puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs come pure, Tarzan delle scimmie, già presentato in questo sito.
Pubblicheremo poco per volta l’intero romanzo tradotto apposta per questa occasione.
Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli pubblicati:

  1. Sulle Colline dell’Arizona
  2. Un cadavere in fuga
  3. Su Marte
  4. Un prigioniero
  5. Il mio cane da guardia
  6. Una lotta
  7. La Nursery
  8. una bella prigioniera
  9. Imparo la lingua
  10. Campione e Comandante
  11. Dejah Thoris
  12. Un prigioniero con potere

 

Capitolo VIII

Una bella prigioniera dal cielo

Il terzo giorno dopo la cerimonia dell’incubatrice partimmo per tornare a casa, ma appena la testa della colonna raggiunse il terreno aperto davanti alla città, fu dato ordine di nascondersi in modo immediato e rapido. Come se si fossero esercitati per anni in quella particolare manovra, i marziani verdi si dissolsero come nebbia negli ampi ingressi degli edifici e in meno di tre minuti l’intera carovana di carri, mastodonti e guerrieri era scomparsa alla vista.

Sola e io ci rifugiammo in un edificio all’inizio della città, lo stesso in cui avevo avuto l’incontro con gli scimmioni e, volendo assolutamente scoprire la causa di quella fuga improvvisa, salii al piano di sopra, mi affacciai a una finestra, scrutai la valle e le colline ed ecco che vidi la causa di quella fuga precipitosa. Una gigantesca nave, lunga, bassa e dipinta di grigio, stava avanzando lentamente sopra la cresta della collina più vicina. Dietro di essa ne seguiva un’altra, e poi un’altra ancora, finché venti di queste imbarcazioni, scivolando basse appena sopra il suolo, veleggiarono maestose nella nostra direzione.

Ognuna portava una strana bandiera, stesa da prua a poppa al di sopra delle sovrastrutture, e sulla prua di ogni nave era dipinto un simbolo bizzarro che scintillava alla luce del sole, ben visibile anche a quella distanza. Potevo scorgere figure che si affollavano sui ponti a prua e sulle sovrastrutture. Non sapevo se ci avessero scoperti o se stessero semplicemente osservando la città che poteva sembrare deserta, ma in ogni caso ricevettero un’accoglienza brutale, poiché all’improvviso, senza alcun cenno, i guerrieri marziani aprirono un fuoco terribile dalle finestre degli edifici affacciati sulla piccola valle verso cui le grandi navi avanzavano pacificamente.

La scena cambiò all’improvviso: la nave di testa virò di fianco verso di noi e, rispose al fuoco puntando i suoi cannoni in parallelo al nostro fronte per un breve tratto, per poi girare come provando a completare un grande cerchio e tornare di nuovo in posizione di fronte alla nostra linea di tiro; le altre la seguirono, aprendo a loro volta il fuoco. I nostri cannoni non diminuirono il tiro e mi parve che solo un quarto dei colpi andasse a vuoto. Non avevo mai visto un’accuratezza così micidiale: pareva che a ogni esplosione cadesse un piccolo corpo su una delle navi, e bandiere e sovrastrutture si dissolvevano in sbuffi di fuoco sotto l’impatto irresistibile dei proiettili.

Il tiro dalle navi era invece inefficace, dovuto – come poi mi dissero – alla sorpresa dopo la prima scarica che aveva colto gli equipaggi impreparati e aveva messo scoperchiato gli apparati di puntamento dei cannoni, facilmente centrati dai nostri guerrieri.

Ogni marziano verde ha obiettivi precisi nelle battaglie di questo tipo: i migliori tiratori puntano esclusivamente agli apparati di mira alla ricerca dei grandi cannoni; gli altri fanno lo stesso con le armi minori; infine ci sono quelli che eliminano gli artiglieri, o gli ufficiali; poi, qualcuno si concentra sugli altri membri dell’equipaggio, sulle sovrastrutture, o sui meccanismi di governo e le eliche.

Venti minuti dopo la prima carica, la grande flotta virò nell’opposta direzione, allontanandosi. Molte navi arrancavano visibilmente, a malapena controllabili dagli equipaggi decimati; il loro fuoco era del tutto cessato e ogni loro sforzo era concentrato alla fuga. I nostri guerrieri salirono allora sui tetti degli edifici per seguire le navi con una fitta gragnola di spari.

Una dopo l’altra, le navi scomparvero oltre le colline, finché ne rimase in vista solo una, quasi ferma. Aveva subito la più parte del nostro fuoco e sembrava ormai del tutto priva di equipaggio: a bordo non si muoveva nessuno. Procedeva lenta e incerta, tornando verso di noi in maniera erratica. I guerrieri cessarono il tiro: era evidente che la nave era inoffensiva e incapace perfino di fuggire.

Quando si avvicinò alla città, i guerrieri le corsero incontro nella pianura, ma era ancora troppo alta perché potessero raggiungerne il ponte. Dalla mia finestra vedevo i corpi dell’equipaggio sparsi qua e là, ma non riuscivo a distinguere che specie di creature fossero. Nessun segno di vita, mentre la nave, sospinta da una leggera brezza, scivolava verso sud-est, sollevata a una quindicina di metri da terra.

La sua rotta la portava a urtare circa un miglio più a sud contro gli edifici. Alcuni guerrieri la precedettero, entrarono nell’edificio contro cui avrebbe urtato e, al momento dell’impatto, si lanciarono da finestre e terrazze, ammortizzando il colpo con le lunghe lance. In pochi istanti agganciarono la nave con uncini e la trascinarono giù.

Dopo averla fissata saldamente, la perquisirono da cima a fondo. Li vidi esaminare i marinai morti in cerca di qualcuno vivo e infine un gruppo riemerse trascinando con sé una figura minuscola. Era un essere alto meno della metà di un marziano verde, camminava eretto su due gambe, e pensai fosse una nuova e strana creatura di Marte che ancora non conoscevo.

Lo portarono a terra, poi cominciarono a svuotare sistematicamente la nave. Il bottino – armi, munizioni, sete, pellicce, gioielli, vasi di pietra finemente scolpiti, cibi solidi e liquidi, e molti barili d’acqua, i primi che vedevo su Marte – fu caricato sopra molti carri.

Quando l’ultimo carico fu rimosso, fissarono delle funi alla nave e la trascinarono nella valle, lontano. Alcuni guerrieri salirono a bordo e, da lontano, li vidi versare il contenuto di grossi recipienti sui cadaveri e sulle strutture. Quindi scesero in fretta e l’ultimo lanciò qualcosa a bordo: ne scaturì un tenue sbuffo di fiamma, e subito la nave, liberata dalle funi, si sollevò in aria, avvolta dalle fiamme.

Lentamente quella barca si allontanò verso sud-est, salendo sempre più man mano che il fuoco divorava le parti in legno e alleggeriva il carico. Dalla sommità dell’edificio la seguii per ore, finché svanì in lontananza. Lo spettacolo di quel gigantesco rogo volante, derelitto di morte e distruzione, fu di una potenza solenne e terribile.

Scesi lentamente in strada molto scosso. Avevo la sensazione di aver assistito non tanto alla sconfitta di nemici, quanto alla rovina di un popolo. Fui colto da un desiderio assurdo: che quella flotta tornasse per chiudere i conti dell’attacco brutale coi marziani verdi.

Accanto a me, nella sua posizione abituale, camminava Woola, il cane, quando Sola mi raggiunse di corsa, come se mi stesse cercando. La marcia verso casa era stata annullata per quel giorno, e anzi non riprese per oltre una settimana, per timore di un nuovo attacco. Lorquas Ptomel non era certo guerriero da farsi sorprendere in campo aperto con una carovana di carri e bambini, sicché restammo nella città deserta finché il pericolo non sembrò del tutto scomparso.

Appena entrammo nella piazza, una visione mi colpì con un’ondata di speranza, paura, esultanza e dolore; ma soprattutto provai un senso di sollievo e gioia: tra la folla scorsi la prigioniera catturata sulla nave e trascinata dentro a un edificio da due femmine marziane verdi.

E la visione che mi si presentò fu quella di una figura snella, dall’aspetto giovanile e femminile, simile in ogni dettaglio alle donne terrestri che avevo conosciuto. In un primo momento non mi vide, ma proprio mentre stava per scomparire oltre la soglia dell’edificio che sarebbe diventato la sua prigione, si voltò, e i suoi occhi incontrarono i miei. Il volto era di un ovale e di una bellezza estrema, ogni suo tratto finemente scolpito ed elegante; gli occhi, grandi e luminosi, erano sormontati da una massa di capelli nerissimi e ondulati, raccolti in una pettinatura strana ma al tempo stesso armoniosa. La pelle era di un tenue color ramato, sul quale il bagliore cremisi delle guance e il rubino delle sue labbra perfettamente modellate risaltavano con un effetto singolarmente affascinante.

Era priva di abiti quanto i marziani verdi che l’accompagnavano; anzi, a parte i ricchi ornamenti finemente lavorati, era completamente nuda, e nessun indumento avrebbe potuto accrescere la bellezza del suo corpo perfetto e armoniosamente proporzionato.

Quando il suo sguardo si posò su di me, i suoi occhi si spalancarono per lo stupore, e fece un piccolo segno con la mano libera; un gesto che io, naturalmente, non compresi. Per un istante ci fissammo, e poi l’espressione di speranza e di rinnovato coraggio che aveva illuminato il suo volto nel momento in cui mi aveva scorto, svanì, lasciando il posto a una cupa disperazione, mescolata a disgusto e disprezzo.

Compresi di non aver risposto al suo segnale e, pur ignorando le usanze marziane, intuii che aveva invocato il mio aiuto e la mia protezione, richiesta che la mia sfortunata ignoranza mi aveva impedito di esaudire. E poi fu trascinata lontano dalla mia vista nelle profondità dell’edificio deserto.

 

Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.

 

Edgar Rice Burroughs
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(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.