La Principessa di Marte: Una ricattura molto penosa, è la diciassettesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
- Sulle Colline dell’Arizona
- Un cadavere in fuga
- Su Marte
- Un prigioniero
- Il mio cane da guardia
- Una lotta
- La Nursery
- una bella prigioniera
- Imparo la lingua
- Campione e Comandante
- Dejah Thoris
- Un prigioniero con potere
- Corteggiamenti
- Un duello all’ultimo sangue
- La storia di Sola
- Progettiamo la fuga
- Una ricattura molto penosa
Una ricattura molto penosa
Non appena quel tale ebbe terminato la sua perfida orazione, si voltò per lasciare l’appartamento dalla porta presso cui mi trovavo; ma non avevo più bisogno di star lì: avevo udito abbastanza da essere pieno di terrore e, allontanandomi silenziosamente, tornai nel cortile per la stessa via da cui ero venuto. Il mio piano d’azione si formò all’istante e, attraversata la piazza e il viale che la costeggiava sul lato opposto, mi ritrovai ben presto nel cortile di Tal Hajus.
Gli appartamenti del primo piano, splendidamente illuminati, mi indicarono per prima cosa dove cercare e, avvicinandomi alle finestre, sbirciai all’interno. Mi accorsi subito che accedervi non sarebbe stato facile come avevo sperato, poiché le stanze che si affacciavano sul cortile erano gremite di guerrieri e di donne. Alzai allora lo sguardo ai piani superiori, notando che il terzo piano appariva privo di luce e decisi quindi di entrare nell’edificio da lì. Ci volle un attimo a raggiungere le finestre di sopra e, in un secondo, mi ritrovai al riparo delle ombre del terzo piano non illuminato.
Fortunatamente la stanza che avevo scelto era deserta e, avanzando senza far rumore verso il corridoio, scorsi una luce negli appartamenti di fronte a me. Giunto a quella che mi era sembrata una porta, scoprii che in realtà si trattava di un’apertura su un’immensa sala interna che saliva dal primo piano, due piani sotto, e terminava col tetto a cupola dell’edificio, molto al di sopra di dove ero io. Il pavimento della grande sala circolare era gremito di capi, guerrieri e donne, e a un’estremità si ergeva una vasta piattaforma sulla quale era accovacciata la creatura più orrenda che avessi mai visto. Possedeva tutti i tratti freddi, duri, crudeli e terribili dei guerrieri verdi, ma esasperati e degradati dalle passioni animalesche a cui quel popolo si era abbandonato per molti anni. Non vi era traccia di dignità o di orgoglio sul quel volto animalesco, mentre la sua enorme massa si spandeva sulla piattaforma, dove giaceva come se fosse un enorme mostro marino, i cui sei arti accentuano in modo orribile e impressionante tale somiglianza.
Ma lo spettacolo che mi gelò il sangue fu vedere Dejah Thoris e Sola, in piedi di fronte a lui e l’espressione demoniaca con cui egli permetteva ai suoi grandi occhi sporgenti di soffermarsi con bramosia sulla splendida figura di Dejah Thoris. La donna stava parlando, ma non riuscivo a udire quel che diceva, né a distinguere il basso brontolio di quel che lui rispondesse. Lei era lì, eretta, il capo sollevato e, persino dalla distanza a cui mi trovavo, potevo leggere sul suo volto il disprezzo e il disgusto, posando su di lui lo sguardo altero, privo di timore. Era davvero la fiera figlia di mille jeddak, in ogni parte del suo caro, prezioso corpo; così piccola, così fragile accanto a guerrieri imponenti che la circondavano, eppure, nella sua maestà, li riduceva a nulla; era la figura più grande tra loro e sono fermamente convinto che anch’essi lo sentissero.
Poco dopo, si mosse Tal Hajus, che fece un cenno perché la sala venisse sgombrata e i prigionieri fossero lasciati soli davanti a lui. Lentamente, i capi, i guerrieri e le donne si dissolsero nelle ombre delle stanze attorno, e Sola e Dejah Thoris restarono sole davanti al jeddak dei Thark.
Un solo capo esitò prima di andarsene; lo vidi fermo nell’ombra di una possente colonna, le dita che giocherellavano nervosamente con l’elsa della sua grande spada e gli occhi crudeli fissi con odio implacabile su Tal Hajus. Era Tars Tarkas, e potevo leggere i suoi pensieri come fosse un libro aperto, tanto era evidente il disgusto sul suo volto. Pensava a quell’altra donna che, quarant’anni prima, era stata condotta davanti a quella bestia e, se in quell’istante avessi potuto sussurrargli una parola all’orecchio, il regno di Tal Hajus sarebbe giunto alla fine; purtroppo, alla fine, anche lui uscì dalla stanza, ignaro di lasciare sua figlia alla mercé della creatura che più detestava.
Tal Hajus si alzò, e io, temendo e insieme intuendo le sue intenzioni, mi affrettai verso la rampa a spirale che conduceva ai piani inferiori. Non c’era nessuno a bloccarmi e raggiunsi inosservato il pavimento principale, prendendo posizione nell’ombra della stessa colonna appena abbandonata da Tars Tarkas. Quando arrivai al livello inferiore, Tal Hajus stava parlando.
«Principessa di Helium, potrei ottenere un riscatto enorme dal tuo popolo se solo ti restituissi a loro illesa, ma mille volte preferirei vedere quel tuo splendido volto contorcersi nell’agonia della tortura; e sarà una tortura lunga, te lo prometto; dieci giorni di piacere furono troppo pochi per dimostrare l’amore che nutro per la tua razza. Gli orrori della tua morte perseguiteranno i sogni degli uomini rossi per tutte le epoche a venire; rabbrividiranno nelle ombre della notte quando i loro padri racconteranno della terribile vendetta degli uomini verdi; della potenza, della forza, dell’odio e della crudeltà di Tal Hajus. Ma prima della tortura sarai mia per una breve ora e anche di questo giungerà notizia a Tardos Mors, jeddak di Helium, tuo nonno, affinché si getti a terra nell’agonia di un immenso dolore. Domani inizierà la tortura; stanotte apparterrai a Tal Hajus; vieni!»
Balzò dalla piattaforma e la afferrò bruscamente per un braccio, ma non appena la toccò io mi lanciai tra loro. La mia corta spada, affilata e scintillante, era nella destra; avrei potuto affondarla nel suo cuore putrido prima che si accorgesse della mia presenza; ma mentre alzavo il braccio per colpire pensai a Tars Tarkas e, con tutta la mia furia, con tutto il mio odio, non potevo privarlo di quell’attimo dolce per il quale aveva vissuto e sperato per tutti quegli anni lunghi e dolorosi; così, invece, gli scagliai un potente pugno destro direttamente sulla punta del mento. Senza emettere un suono, crollò a terra come morto.
In quel silenzio di morte, afferrai Dejah Thoris per una mano e, facendo cenno a Sola di seguirci, ci precipitammo senza far rumore fuori dalla sala e fino al piano superiore. Raggiungemmo una finestra sul retro senza essere visti e, con le cinghie e le strisce di cuoio del mio equipaggiamento, calai al suolo sottostante Sola e poi Dejah Thoris. Lasciandomi cadere leggero dopo di loro, le guidai rapidamente lungo il cortile, nell’ombra degli edifici e così tornammo sui nostri passi lungo lo stesso percorso che avevo seguito poco prima dal remoto confine della città.
Alla fine, giungemmo ai miei thoat nel cortile dove li avevo lasciati e, sistemate le bardature, ci affrettammo attraverso l’edificio fino al viale. Montammo — Sola su una bestia e Dejah Thoris dietro di me sull’altra — e ci allontanammo dalla città di Thark, dirigendoci verso le colline a sud.
Invece di aggirare la città a nord-ovest e puntare al corso d’acqua più vicino, che si trovava a breve distanza, svoltammo verso nord-est e ci avventurammo nella distesa muschiosa, attraverso la quale, per duecento pericolose e faticose miglia, scorreva un’altra grande arteria che conduceva a Helium.
Nessuno disse parola finché non ci lasciammo la città ben dietro le spalle, ma potevo udire i sommessi singhiozzi di Dejah Thoris mentre si stringeva a me, con il suo caro capo appoggiato alla mia spalla.
«Se ce la faremo, mio signore, il debito di Helium sarà immenso; più grande di quanto potrà mai ripagarti; e se non ce la faremo,» proseguì, «il debito non sarà minore, anche se Helium non lo saprà mai, poiché hai salvato l’ultima della nostra stirpe da qualcosa di peggiore della morte.»
Non risposi, ma invece portai una mano al mio fianco a stringere le piccole dita di colei che amavo, mentre si aggrappavano a me per sostegno; poi, di continuo silenziosi, ci lanciammo sul muschio giallo illuminato dalle lune, ognuno assorto nei propri pensieri. Quanto a me, non avrei potuto fare a meno di essere felice: con il caldo corpo di Dejah Thoris stretto al mio e nonostante tutti i pericoli che ancora ci attendevano, il mio cuore cantava come se stessimo già varcando le porte di Helium.
I nostri piani precedenti erano stati decisamente sconvolti e tragicamente sicché ci trovavamo senza cibo né acqua ed io ero l’unico armato. Spronammo quindi le nostre cavalcature in modo tale che inevitabilmente si sarebbero sfiancate prima di poter sperare di scorgere la fine della prima tappa del nostro viaggio.
Cavalcammo tutta la notte e tutto il giorno seguente, concedendoci solo poche brevi soste. La seconda notte, sia noi che gli animali eravamo completamente esausti, e così ci sdraiammo sul muschio e dormimmo per cinque o sei ore, riprendendo il viaggio prima dell’alba. Cavalcammo per tutto il giorno successivo e, quando nel tardo pomeriggio non avvistammo alcun albero nemmeno in lontananza — i quali indicherebbero i grandi corsi d’acqua di Barsoom — la terribile verità ci colpì: ci eravamo perduti.
Evidentemente avevamo descritto un’ampia curva, ma in quale direzione era difficile dirlo, né sembrava possibile orientarci con il sole di giorno e con le lune e le stelle di notte. In ogni caso, non era in vista alcun corso d’acqua e il nostro gruppo era ormai allo stremo per fame, sete e stanchezza. Molto lontano davanti a noi e leggermente sulla destra si delineavano i profili di basse montagne. Decidemmo di provare a raggiungerle, nella speranza che da quelle alture potessimo scorgere il corso d’acqua perduto. La notte ci sorprese prima di arrivare a destinazione e, quasi svenuti per la fatica e la debolezza, ci sdraiammo per dormire.
Fui svegliato di buon mattino da una grande massa che premeva su di me e, aprendo gli occhi di scatto, vidi il vecchio caro Woola accoccolato al mio fianco; la fedele bestia ci aveva seguiti attraverso tutta quella distesa senza tracce, per condividere il nostro destino, qualunque esso fosse. Gli cinsi il collo con le braccia e premetti la guancia contro la sua, e non mi vergogno di averlo fatto, né delle lacrime che mi salirono agli occhi pensando al suo affetto per me. Poco dopo si svegliarono anche Dejah Thoris e Sola, e si decise di ripartire subito nel tentativo di raggiungere le colline.
Avevamo percorso appena un miglio quando notai che il mio thoat cominciava a inciampare e barcollare in modo davvero penoso, sebbene dal mezzogiorno del giorno precedente non lo avessimo più forzato oltre l’andatura al passo. All’improvviso sbandò violentemente di lato e crollò a terra. Dejah Thoris e io fummo sbalzati lontano e cademmo sul morbido muschio quasi senza urto, ma la povera bestia appariva in condizioni miserabili, incapace perfino di rialzarsi, anche una volta liberata del nostro peso. Sola mi disse che il fresco della notte, quando fosse calata, insieme al riposo, probabilmente l’avrebbe rianimata; così decisi di non ucciderla. Cosa che avevo inizialmente pensato, poiché mi sembrava crudele lasciarla lì a morire di fame e di sete. Dopo averlo liberato delle bardature, che gettai accanto alla bestia, abbandonammo il povero animale al suo destino e proseguimmo come meglio potevamo con l’unico thoat che ci era rimasto. Io e Sola procedevamo a piedi, facendo cavalcare Dejah Thoris, sebbene lei avesse detto di non volerlo fare.
In questo modo giungemmo a circa un miglio dalle colline che volevamo raggiungere, quando Dejah Thoris, dalla sua posizione sopra il thoat, gridò di vedere un grande gruppo di uomini a cavallo scendere in fila da un passo tra le colline, a diverse miglia di distanza. Io e Sola guardammo entrambi nella direzione indicata e, ben visibili, c’erano diverse centinaia di guerrieri montati. Sembravano dirigersi verso sud-ovest, il che li avrebbe portati lontano da noi.
Erano senza dubbio guerrieri thark inviati a catturarci, e tirammo un profondo sospiro di sollievo nel vedere che si muovevano nella direzione opposta. Sollevando rapidamente Dejah Thoris dal thoat, ordinai all’animale di sdraiarsi e noi tre facemmo lo stesso, cercando di offrire il bersaglio più piccolo possibile per evitare di attirare l’attenzione dei guerrieri.
Li vedemmo mentre uscivano dal passo, per un solo istante, prima che scomparissero alla vista dietro una cresta, per noi, davvero provvidenziale, poiché se fossero rimasti visibili più a lungo difficilmente avrebbero mancato di scoprirci. Quando quello che si rivelò essere l’ultimo guerriero apparve dal passo, si fermò e, con nostro sgomento, portò agli occhi il suo piccolo ma potente cannocchiale da campo scrutando il fondo del mare in tutte le direzioni. Evidentemente era un capo, poiché in alcune formazioni di marcia degli uomini verdi è un capo che chiude la colonna. Quando il suo cannocchiale si orientò verso di noi, il cuore mi si fermò in petto, e sentii un sudore freddo spuntare da ogni poro del mio corpo.
Poco dopo il cannocchiale puntò direttamente su di noi e — si fermò. La tensione dei nostri nervi era prossima al punto di rottura, e dubito che qualcuno di noi abbia respirato durante i pochi istanti in cui ci tenne sotto osservazione; poi lo abbassò e lo vedemmo gridare un ordine ai guerrieri che erano scomparsi alla nostra vista dietro la cresta. Non attese però che lo raggiungessero: voltò il suo thoat e si lanciò a folle velocità nella nostra direzione.
C’era una sola, esile possibilità, e dovevamo coglierla subito. Portando alla spalla il mio curioso fucile marziano, presi la mira e sfiorai il pulsante che controllava il grilletto; un secco scoppio annunciò che il proiettile aveva raggiunto il bersaglio, e il capo lanciato all’assalto cadde dalla sua cavalcatura.
Balzando in piedi, incitai il thoat ad alzarsi e ordinai a Sola di prendere con sé Dejah Thoris e fare ogni sforzo per raggiungere le colline prima che i guerrieri verdi fossero su di noi. Sapevo che tra burroni e canaloni avrebbero potuto trovare un rifugio temporaneo e, anche se vi fossero morte di fame e di sete, sarebbe stato comunque meglio che cadere nelle mani dei Thark. Mettendo loro in mano i miei due revolver come modesto mezzo di difesa — e, come estrema risorsa, anche come via di fuga dall’orribile morte che una nuova cattura avrebbe certamente comportato — sollevai Dejah Thoris tra le braccia e la sistemai sul thoat dietro a Sola, che era già montata al mio comando.
«Addio, mia principessa,» sussurrai, «potremo ancora incontrarci a Helium. Sono già sfuggito a situazioni peggiori di questa,» e cercai di sorridere mentre mentivo.
«Come?» esclamò. «Non vieni con noi?»
«Come potrei, Dejah Thoris? Qualcuno deve tenerli a bada per un po’, e io posso sfuggire loro da solo meglio di quanto potremmo fare tutti e tre insieme.»
Scese rapidamente dal thoat e, gettandomi le sue care braccia al collo, si voltò verso Sola dicendo con calma dignità: «Fuggi, Sola! Dejah Thoris resta a morire con l’uomo che ama.»
Quelle parole sono incise nel mio cuore. Ah, darei la vita mille volte pur di udirle ancora una volta; ma allora non potevo concedermi nemmeno un istante all’estasi del suo dolce abbraccio e, premendo le labbra sulle sue per la prima volta, la sollevai di peso e la rimisi a sedere dietro Sola, ordinando a quest’ultima con tono perentorio di trattenerla con la forza; quindi, colpendo il thoat sul fianco, le vidi allontanarsi — Dejah Thoris che fino all’ultimo cercava di liberarsi dalla presa di Sola.
Voltandomi, vidi i guerrieri verdi risalire la cresta e cercare il loro capo. In un attimo lo scorsero, e poi videro anche me. Appena mi individuarono, iniziai a sparare, disteso a pancia in giù sul muschio. Avevo esattamente cento colpi nel caricatore e altri cento nella cartucciera sulla schiena e mantenni un fuoco continuo, finché vidi tutti i guerrieri che erano tornati da dietro la cresta cadere morti o disperdersi in cerca di riparo.
La mia tregua fu però di breve durata, perché presto l’intero gruppo, composto da circa mille uomini, apparve alla vista, lanciandosi a folle corsa verso di me. Sparai finché il fucile non fu vuoto e loro mi erano ormai quasi addosso; poi, un rapido sguardo che mi confermò che Dejah Thoris e Sola erano scomparse tra le colline, balzai in piedi, gettai l’arma ormai inutile e mi lanciai nella direzione opposta a quella presa da Sola e dalla sua compagna.
Se mai i marziani ebbero occasione di assistere a un’esibizione di salti, fu concessa a quei guerrieri sbalorditi in quel giorno lontano; ma, sebbene ciò li allontanasse da Dejah Thoris, non distolse la loro attenzione dal tentativo di catturarmi.
Mi inseguirono furiosamente, ma, alla fine, il mio piede urtò un frammento sporgente di quarzo e caddi rovinosamente sul muschio. Quando alzai lo sguardo, erano già su di me e sebbene estraessi la mia spada lunga nel tentativo di vendere cara la vita, fui presto catturato. Vacillai sotto i loro colpi, che si abbatterono su di me come una tempesta; mi girava la testa; tutto si fece nero, e sprofondai nell’oblio.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI ChatGPT.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
