La Principessa di Marte – Nella Fabbrica dell’Atmosfera, è la ventesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
- La Principessa di Marte: prima puntata
- La Principessa di Marte: seconda puntata
- La Principessa di Marte: su Marte (3)
- La Principessa di Marte: Un prigioniero (4)
- La Principessa di Marte – il mio cane da guardia
- La Principessa di Marte – Una lotta
- La Principessa di Marte – la Nursery
- La Principessa di Marte: Una bella prigioniera
- La Principessa di Marte: Imparo la lingua
- La Principessa di Marte: Campione e comandante
- La Principessa di Marte: Dejah Thoris
- La Principessa di Marte: Un prigioniero con potere
- La Principessa di Marte: Corteggiamenti
- La Principessa di Marte: Un duello all’ultimo sangue
- La Principessa di Marte – La storia di Sola
- La Principessa di Marte – progettiamo la fuga
- La Principessa di Marte – Una ricattura molto penosa
- La Principessa di Marte – In catene a Warhoon
- La Principessa di Marte – Combattimento nell’arena
- La Principessa di Marte – Nella Fabbrica dell’Atmosfera
Nella Fabbrica dell’Atmosfera
Per due giorni attesi Kantos Kan, ma non arrivò mai e allora mi misi in cammino in direzione nord-ovest, verso il punto in cui mi aveva detto che avrei trovato la via d’acqua più prossima.
Il mio unico nutrimento consisteva nel latte vegetale prodotto dalle piante che dispensavano così generosamente quel liquido preziosissimo.
Per due lunghe settimane vagai un po’ a caso, avanzando a fatica di notte, guidato dalle stelle e nascondendomi di giorno dietro alle rocce sporgenti o tra le rare colline che incontravo lungo il cammino.
Più volte fui assalito da strane e mostruose bestie feroci, che balzavano su di me nel buio, sicché fui costretto a tenere costantemente in mano la spada lunga per essere pronto ad affrontarle.
Di solito quel mio strano potere telepatico, acquisito da poco, mi avvertiva con largo anticipo del pericolo, anche se, una volta, mi ritrovai a terra con zanne feroci puntate alla mia giugulare e un volto peloso che si premeva contro il mio, senza rendermi conto dell’arrivo di quella minaccia.
Non sapevo che genere di creatura mi fosse saltata addosso, ma sentivo che era grande, pesante e dotata di molte zampe.
Le mie mani raggiunsero la sua gola prima che le zanne potessero affondare nel mio collo e, lentamente, riuscii ad allontanare da me il suo muso peloso, stringendo le dita come una morsa attorno alla sua trachea.
Rimanemmo così, senza emettere alcun suono: la bestia impegnata in ogni sforzo per raggiungermi con quelle terribili zanne e io intento a mantenere la presa per soffocarla, impedendole allo stesso tempo di raggiungere la mia gola.
A poco a poco le mie braccia cedettero in quella lotta impari e, centimetro dopo centimetro, gli occhi ardenti e le zanne scintillanti del mio avversario si avvicinavano sempre di più.
Quando il muso peloso tornò a sfiorare il mio volto, capii che era finita.
Fu allora che una devastante massa vivente balzò dall’oscurità circostante e si scagliò con violenza sulla creatura che mi teneva immobilizzato al suolo.
I due rotolarono sul muschio ringhiando, lacerandosi e squarciandosi a vicenda in modo spaventoso; ma tutto terminò presto e il mio salvatore restò vivo, con la testa abbassata sulla gola della bestia morta che stava per uccidermi.
La luna più vicina, sorgendo improvvisamente oltre l’orizzonte e illuminando il paesaggio di Barsoom, mi mostrò che il mio salvatore era Woola.
Da dove fosse venuta, però, o come fosse riuscita a trovarmi, non lo potevo immaginare.
Inutile dire quanto fossi felice della sua compagnia; tuttavia, la gioia era attenuata dall’ansia, perché non capivo cosa l’avesse spinta a lasciare Dejah Thoris.
Conoscendo la sua assoluta fedeltà ai miei ordini, ero convinto che soltanto la morte della donna potesse spiegare la sua presenza lì.
Alla luce delle lune ormai splendenti vidi che era ridotta all’ombra di sé stessa e, quando si sottrasse alle mie carezze per divorare avidamente la carcassa ai miei piedi, compresi che il povero animale era ormai quasi morto di fame.
Io stesso non ero in condizioni molto migliori, ma non riuscivo in nessun modo a mangiare carne cruda e non avevo alcun mezzo per accendere il fuoco.
Quando Woola ebbe terminato il suo pasto, ripresi ancora una volta il mio estenuante e apparentemente interminabile vagabondare alla ricerca di quell’inafferrabile via d’acqua.
All’alba del quindicesimo giorno fui colmo di gioia nel vedere gli alti alberi che segnalavano la meta che cercavo.
Verso mezzogiorno mi trascinai esausto fino all’ingresso di un enorme edificio che copriva forse quattro miglia quadrate e si elevava in alto per oltre sessanta metri. Le sue possenti mura non mostravano vistose aperture, solo una piccola porta davanti alla quale crollai sfinito. Nei dintorni non vi era alcun segno di vita.
Non vidi nessun campanello o altro mezzo per segnalare la mia presenza a chi abitava quel luogo, a meno che non servisse a tale scopo un piccolo foro circolare praticato nel muro vicino alla porta.
Aveva più o meno il diametro di una matita e, pensando che potesse trattarsi di una sorta di tubo parlante, vi accostai la bocca e stavo per chiamare quando una voce uscì dall’apertura chiedendomi chi fossi, da dove venissi e quale fosse il motivo della mia visita.
Spiegai che ero fuggito dai Warhoon e che stavo morendo di fame e di stanchezza.
«Indossi il metallo di un guerriero verde e sei seguito da un calot, eppure hai l’aspetto di un uomo rosso. Il tuo colore non è né verde né rosso. In nome del Nono Raggio, che razza di creatura sei?» chiese la voce.
«Sono un amico degli uomini rossi di Barsoom e sto morendo di fame. In nome dell’umanità, apriteci» risposi.
Poco dopo la porta cominciò a ritrarsi davanti a me, finché non si fu incassata nel muro per una quindicina di metri; quindi, si arrestò e scivolò agevolmente verso sinistra, rivelando un breve e stretto corridoio di cemento, al cui estremo c’era un’altra porta identica in tutto e per tutto a quella che avevo appena attraversato.
Nessuno in vista, ma, non appena oltrepassammo la prima porta, questa tornò dolcemente al suo posto dietro di noi tornando rapidamente nella posizione originaria sulla facciata dell’edificio.
All’apertura di quella porta, avevo ben notato il suo enorme spessore, non meno di sei metri; e quando tornò definitivamente in posizione dopo essersi richiusa, vidi enormi cilindri d’acciaio che calavano dal soffitto, inserendo le loro estremità in apposite cavità ricavate nel pavimento.
Una seconda e una terza porta si ritrassero e scivolarono lateralmente come la prima, finché non raggiunsi una grande sala interna, dove trovai cibo e bevande disposti su un’enorme tavola di pietra.
Una voce mi invitò a soddisfare la mia fame e a nutrire il mio calot; e mentre ero occupato a farlo, il mio invisibile ospite mi sottopose a un interrogatorio severo e minuzioso.
«Le vostre affermazioni sono davvero straordinarie» disse la voce al termine delle sue domande, «ma è evidente che state dicendo la verità ed è altrettanto evidente che non siete originario di Barsoom. Posso stabilirlo dalla conformazione del vostro cervello, dalla singolare posizione dei vostri organi interni e dalla forma e dalle dimensioni del vostro cuore.»
«Potete vedere attraverso di me?» esclamai.
«Sì. Posso vedere tutto, tranne i vostri pensieri, e, se foste un barsoomiano potrei leggere anche quelli.»
A quel punto, una porta si aprì sul lato opposto della sala e verso di me venne uno strano uomo, simile a una minuscola mummia rinsecchita.
Indossava un solo capo o forse era un ornamento: un piccolo collare d’oro dal quale gli pendeva sul petto un enorme gioiello, grande quanto un piatto, interamente ricoperto di grossi diamanti, tranne che nel centro esatto, dove era incastonata una pietra singolare del diametro di circa un pollice.
Da quella pietra scintillavano nove raggi differenti e distinti: i sette colori del nostro spettro terrestre e altri due raggi meravigliosi che, per me, erano nuovi e privi di nome.
Non saprei descriverli più di quanto si possa descrivere il colore rosso a un cieco.
So soltanto che erano di una bellezza indescrivibile.
Il vecchio si sedette e conversò con me per ore. E l’aspetto più straordinario del nostro colloquio era che io potevo leggere ogni suo pensiero, mentre lui non riusciva a penetrare minimamente nella mia mente se non quando parlavo.
Non gli rivelai la mia capacità di percepire le sue attività mentali e così appresi moltissime cose che in seguito mi furono di immenso aiuto e che non avrei mai saputo se avesse sospettato il mio strano potere.
I marziani, infatti, possiedono un controllo così perfetto dei propri processi mentali da poter dirigere i loro pensieri con assoluta precisione.
L’edificio nel quale mi trovavo ospitava i macchinari che producono quell’atmosfera artificiale che rende possibile la vita su Marte.
Il segreto dell’intero processo dipende dall’impiego del Nono Raggio, una delle splendide scintillazioni che avevo notato emanare dalla grande pietra incastonata nell’ornamento del mio ospite.
Questo raggio viene separato dagli altri raggi del Sole mediante strumenti di estrema precisione collocati sul tetto dell’enorme edificio. Circa tre quarti di tale edificio sono occupati da serbatoi destinati all’immagazzinamento del Nono Raggio.
Il prodotto così ottenuto viene poi sottoposto a un trattamento elettrico — o, più precisamente, vi vengono incorporate determinate proporzioni di vibrazioni elettriche opportunamente raffinate — e il risultato finale viene pompato verso i cinque principali centri atmosferici del pianeta.
Lì, una volta liberato, il composto entra in contatto con l’etere dello spazio e si trasforma in atmosfera.
Nell’immenso edificio è sempre conservata una riserva di Nono Raggio sufficiente a mantenere l’attuale atmosfera marziana per mille anni e, come mi spiegò il mio nuovo amico, il timore era sempre che qualche incidente potesse colpire gli apparati di pompaggio.
Mi condusse quindi in una sala interna dove vidi una batteria di venti pompe al radio, ciascuna delle quali sarebbe stata sufficiente, da sola, a fornire a tutto Marte il composto atmosferico necessario.
Da ottocento anni, mi disse, egli sorvegliava quelle pompe, che venivano utilizzate alternativamente un giorno alla volta, vale a dire per poco più di ventiquattro ore e mezza terrestri.
Egli aveva un solo assistente con il quale divideva il servizio di sorveglianza.
Per metà di un anno marziano — circa trecento e quarantaquattro dei nostri giorni — ciascuno dei due uomini trascorreva il proprio turno completamente solo in quell’enorme e isolato impianto.
Ogni marziano rosso apprende fin dalla più tenera infanzia i princìpi della produzione dell’atmosfera, ma soltanto due persone alla volta conoscono il segreto per accedere al grande edificio che, costruito com’è con mura spesse quarantacinque metri, è assolutamente inespugnabile. Persino il tetto è protetto dagli attacchi di velivoli mediante una copertura di vetro spessa due metri.
L’unico pericolo che essi temono proviene dai marziani verdi o da qualche marziano rosso impazzito, poiché tutti gli abitanti di Barsoom sanno che l’esistenza stessa di ogni forma di vita sul pianeta dipende dall’ininterrotto funzionamento di questo impianto.
Una curiosa particolarità che scoprii osservando i suoi pensieri era che le porte esterne venivano azionate per mezzo della telepatia.
Le serrature erano regolate con tale precisione che le porte si sbloccavano in risposta a una determinata combinazione di onde mentali.
Volendo sperimentare il mio nuovo giocattolo, pensai di sorprenderlo inducendolo a rivelarmi quella combinazione e così gli domandai con aria distratta come avesse fatto a sbloccare per me le enormi porte dalle stanze interne dell’edificio.
Nella sua mente, con la rapidità di un lampo, lessi i nove distinti colori marziani, che però svanirono altrettanto rapidamente e lui disse che si trattava di un segreto che non poteva rivelare.
Da quel momento il suo atteggiamento nei miei confronti cambiò, come se temesse di essersi lasciato sfuggire il grande segreto, e nei suoi sguardi e nei suoi pensieri lessi sospetto e paura, sebbene le sue parole rimanessero sempre cortesi.
Prima che mi ritirassi per la notte, promise di consegnarmi una lettera destinata a un funzionario agricolo che viveva nelle vicinanze e che mi avrebbe aiutato a raggiungere Zodanga, la città marziana più vicina.
«Ma fate attenzione a non lasciar sapere che siete diretto a Helium, poiché sono in guerra con quella nazione. Io e il mio assistente non apparteniamo ad alcun paese: apparteniamo a tutta Barsoom e questo talismano che portiamo ci protegge in ogni terra, perfino tra gli uomini verdi, anche se preferiamo non affidarci alle loro mani quando possiamo evitarlo», concluse.
«E ora buona notte, amico mio», proseguì. «Possiate dormire a lungo e riposare bene… sì, un sonno molto lungo.»
E sebbene sorridesse cordialmente, vidi nei suoi pensieri il desiderio di non avermi mai lasciato entrare; poi l’immagine di sé stesso in piedi sopra di me durante la notte, il rapido affondo di un lungo pugnale e alcune parole appena abbozzate: «Mi dispiace, ma è per il bene supremo di Barsoom.»
Quando chiuse la porta della mia stanza alle sue spalle, i suoi pensieri cessarono di colpo. Proprio nel momento in cui era scomparso alla mia vista, cosa che mi sembrò assai strana, data la scarsa conoscenza che avevo allora della trasmissione del pensiero.
Che cosa dovevo fare? Come avrei potuto fuggire attraverso quelle mura gigantesche?
Avrei potuto facilmente ucciderlo, ora che ero stato avvertito; ma, una volta morto lui, non sarei più riuscito a fuggire e, con l’arresto dei macchinari del grande impianto, sarei morto anch’io insieme a tutti gli altri abitanti del pianeta… tutti, perfino Dejah Thoris, ammesso che non fosse già morta.
Degli altri non mi importava minimamente, ma il pensiero di Dejah Thoris scacciò dalla mia mente ogni desiderio di uccidere quel mio ospite che, pur sbagliando, agiva secondo coscienza.
Con cautela aprii la porta del mio alloggio e, seguito da Woola, mi diressi verso l’interno delle grandi porte.
Mi era venuta un’idea folle: avrei tentato di forzare le immense serrature servendomi delle nove onde mentali che avevo letto nella mente del vecchio.
Avanzando furtivamente attraverso un corridoio dopo l’altro e percorrendo rampe tortuose che si snodavano in ogni direzione, raggiunsi infine la grande sala nella quale quella mattina avevo interrotto il mio lungo digiuno.
Non avevo visto il mio ospite da nessuna parte e non sapevo dove trascorresse le ore notturne.
Stavo per uscire con decisione nella sala quando un lieve rumore alle mie spalle mi fece arretrare nell’ombra di una rientranza del corridoio.
Trascinai anche Woola con me e mi acquattai nel buio.
Poco dopo il vecchio mi passò accanto e, quando entrò nella sala debolmente illuminata che stavo per attraversare, vidi che teneva in mano un pugnale lungo e sottile e che affilava la lama su una pietra.
Nei suoi pensieri lessi la decisione di ispezionare le pompe al radio, un’operazione che avrebbe richiesto circa mezz’ora, per poi tornare nella mia stanza e uccidermi.
Quando attraversò la grande sala e scomparve lungo la rampa che conduceva alle pompe, uscii silenziosamente dal mio nascondiglio e corsi verso la grande porta, la più interna delle tre che si frapponevano tra me e la libertà.
Concentrando la mente sulla massiccia serratura, scagliai contro di essa le nove onde percepite nel pensiero.
Attesi trattenendo il respiro e, infine, la grande porta si mosse piano verso di me e scivolò silenziosamente di lato.
Una dopo l’altra, anche le altre possenti porte si aprirono al mio comando e Woola e io ci ritrovammo all’esterno, nel buio, liberi, ma non molto più fortunati di prima, anche se, finalmente, a stomaco pieno.
Allontanandomi in fretta dall’ombra di quell’imponente costruzione, mi diressi verso il primo incrocio, deciso a raggiungere il più in fretta possibile la grande strada centrale.
Arrivai lì verso il mattino e, entrando nel primo recinto che incontrai, cercai qualche segno di presenza umana.
C’erano edifici di cemento bassi e allungati, chiusi da pesanti porte invalicabili, ma nessuna misura di colpi o richiami riuscì a ottenere risposta.
Sfinito dalla stanchezza e dalla mancanza di sonno, mi lasciai cadere a terra ordinando a Woola di fare la guardia.
Qualche tempo dopo fui svegliato dai terribili ringhi di Woola e aprii gli occhi per vedere tre marziani rossi in piedi a breve distanza da noi, con i fucili puntati verso di me.
«Sono disarmato e non sono un nemico», mi affrettai a spiegare. «Sono stato prigioniero degli uomini verdi e sono diretto a Zodanga. Chiedo soltanto cibo e riposo per me e per il mio calot, oltre alle indicazioni necessarie per raggiungere la mia destinazione.»
Essi abbassarono i fucili e avanzarono cordialmente verso di me, posando la mano destra sulla mia spalla sinistra, secondo la loro usanza di saluto, e rivolgendo numerose domande su di me e sulle mie peregrinazioni.
Poi mi condussero a breve distanza, alla casa di uno di loro.
Gli edifici alle cui porte avevo bussato con tanta insistenza nelle prime ore del mattino erano adibiti esclusivamente al ricovero del bestiame e dei prodotti agricoli. L’abitazione vera e propria sorgeva invece all’interno di un boschetto di alberi giganteschi e, come tutte le case dei marziani rossi, durante la notte veniva sollevata a circa dodici o quindici metri dal suolo mediante un grande pilastro cilindrico di metallo che scorreva all’interno di una guaina infissa nel terreno, azionato da un piccolo motore al radio collocato nell’atrio.
Invece di preoccuparsi di catenacci e serrature, i marziani rossi durante la notte semplicemente sollevavano le loro abitazioni fuori dalla portata di eventuali intrusi.
Disponevano inoltre di sistemi privati che consentivano di alzare o abbassare la casa anche dall’esterno, nel caso desiderassero allontanarsi lasciandola incustodita per qualche tempo.
Questi tre fratelli, insieme alle rispettive mogli e ai figli, occupavano tre abitazioni simili all’interno della fattoria.
Essi non svolgevano alcun lavoro manuale, essendo funzionari governativi incaricati della supervisione della proprietà.
Il lavoro veniva eseguito da detenuti, prigionieri di guerra, debitori insolventi e scapoli incalliti troppo poveri per pagare l’elevata tassa sul celibato imposta da tutti i governi dei marziani rossi.
Queste persone erano la personificazione stessa della cordialità e dell’ospitalità e trascorsi con loro parecchi giorni, riposandomi e riprendendomi dalle mie lunghe e dure traversie.
Quando ebbero ascoltato la mia storia — omisi ogni riferimento a Dejah Thoris e al vecchio della Fabbrica dell’Atmosfera — mi consigliarono di tingere la mia pelle in modo da assomigliare un po’ di più alla loro razza e poi cercare impiego a Zodanga, nell’esercito oppure nella marina.
«È difficile che il vostro racconto venga creduto finché non avrete dimostrato di essere degno di fiducia e conquistato amici tra i nobili più influenti della corte. Potrete riuscirci più facilmente attraverso il servizio militare, poiché noi barsoomiani siamo un popolo guerriero», spiegò uno di loro, «e riserviamo i nostri favori più grandi agli uomini d’arme.»
Quando fui pronto a partire, mi fornirono un piccolo thoat domestico da sella, del tipo utilizzato comunemente da tutti i marziani rossi.
L’animale era grosso all’incirca quanto un cavallo e piuttosto mansueto, ma nel colore e nella forma costituiva una replica perfetta del suo gigantesco e feroce cugino selvatico.
I fratelli mi avevano procurato un olio rossastro con il quale mi cosparsi interamente il corpo e uno di loro mi tagliò i capelli, che nel frattempo erano cresciuti parecchio, secondo la moda dell’epoca: squadrati sulla nuca e con una frangia sulla fronte.
In questo modo avrei potuto essere scambiato ovunque, su Barsoom, per un autentico marziano rosso.
Anche i miei metalli e i miei ornamenti furono sostituiti con altri conformi allo stile di un gentiluomo di Zodanga, affiliato alla casa di Ptor, che era il nome della famiglia dei miei benefattori.
I nuovi amici riempirono inoltre una piccola borsa da portare alla cintura con monete zodangane.
Il sistema monetario di Marte non è molto diverso dal nostro, salvo per il fatto che le monete hanno forma ovale.
La cartamoneta viene emessa dai singoli individui secondo necessità e riscattata due volte all’anno.
Se qualcuno emette più denaro di quanto sia poi in grado di riscattare, il governo provvede a pagare integralmente i suoi creditori e il debitore estingue il debito lavorando nelle fattorie o nelle miniere, che appartengono tutte allo Stato.
Questo sistema soddisfa tutti, tranne il debitore; infatti, è sempre stato difficile reperire manodopera volontaria sufficiente per lavorare le vaste e isolate terre agricole di Marte che, estendendosi come strette fasce da un polo all’altro del pianeta, attraversano regioni selvagge popolate da animali feroci e da uomini ancora più feroci.
Quando accennai alla mia impossibilità di ricompensarli per la bontà che avevano dimostrato nei miei confronti, essi mi assicurarono che, se fossi vissuto abbastanza a lungo su Barsoom, avrei avuto ampie occasioni per sdebitarmi.
Quindi, dopo avermi salutato, rimasero a guardarmi finché non sparii alla loro vista lungo la grande strada bianca.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione di ChatGPT.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
