La Principessa di Marte – Ritrovo Dejah, è la vetiduesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
- La Principessa di Marte: prima puntata
- La Principessa di Marte: seconda puntata
- Su Marte
- Un prigioniero
- Il mio cane da guardia
- Una lotta
- La Nursery
- Una bella prigioniera
- Imparo la lingua
- Campione e comandante
- Dejah Thoris
- Un prigioniero con potere
- Corteggiamenti
- Un duello all’ultimo sangue
- La storia di Sola
- Progettiamo la fuga
- Una ricattura molto penosa
- In catene a Warhoon
- Combattimento nell’arena
- Nella Fabbrica dell’Atmosfera
- Ricognizione aerea su Zodanga
- Ritrovo Dejah
Capitolo XXII
Il maggiordomo al quale mi presentai aveva ricevuto istruzioni di assegnarmi alla protezione personale del jeddak, che è sempre esposto al pericolo di un attentato, soprattutto in tempo di guerra. Infatti, nei conflitti marziani, l’intero codice morale sembra costituito dalla regola per cui in guerra tutto è lecito.
Mi accompagnò quindi senza indugio nell’appartamento di Than Kosis. Il sovrano era intento a conversare con suo figlio Sab Than e con alcuni dignitari della sua corte e non si accorse del mio ingresso.
Le pareti della sala erano interamente ricoperte da splendidi arazzi, che nascondevano eventuali porte o finestre. L’ambiente era illuminato da raggi di sole imprigionati tra il soffitto vero e proprio e quello che sembrava un controsoffitto di vetro smerigliato, sospeso pochi centimetri più in basso.
La mia guida scostò uno degli arazzi, rivelando un passaggio che correva tutt’intorno alla sala, tra i drappi e le pareti. Mi spiegò che avrei dovuto rimaner lì finché Than Kosis si fosse intrattenuto nell’appartamento; quando il jeddak si fosse mosso, io avrei dovuto seguirlo. Il mio unico compito era proteggerlo, restando il più possibile fuori vista. Dopo quattro ore, sarei stato sostituito. Detto questo, il maggiordomo mi lasciò solo.
Gli arazzi erano tessuti con una tecnica particolare: osservati dall’interno della sala apparivano pesanti e completamente opachi, ma dal mio nascondiglio potevo vedere tutto ciò che succedeva con la stessa chiarezza che avrei avuto se non vi fosse stata alcuna tenda a separarmi dalla stanza.
Avevo appena preso posizione quando l’arazzo sul lato opposto della sala si scostò ed entrarono quattro soldati della Guardia, che accompagnavano una donna. Giunti davanti a Than Kosis, i soldati si fecero da parte e, a meno di tre metri da me, c’era Dejah Thoris, il suo splendido volto illuminato da un sorriso raggiante.
Sab Than, principe di Zodanga, le andò incontro e, prendendola per mano, si avvicinò con lei al jeddak. Than Kosis alzò lo sguardo, sorpreso, si alzò in piedi e la salutò.
«A quale strano capriccio devo questa visita della Principessa di Helium, la quale, appena due giorni fa, con rara considerazione per il mio amor proprio, mi assicurò che avrebbe preferito il Thark verde Tal Hajus, piuttosto che mio figlio?»
Il sorriso di Dejah Thoris si fece ancora più luminoso e, mentre agli angoli della bocca le comparivano le sue deliziose fossette, disse, «Fin dagli albori del tempo, su Barsoom, è prerogativa delle donne cambiare idea quando lo desiderano e dissimulare se si tratta di questioni di cuore. Sono certa che vorrete perdonarmi tale vezzo, Than Kosis, così come ha fatto vostro figlio. Due giorni fa non ero ancora sicura del suo amore per me; ora invece lo sono, e sono venuta a pregarvi di dimenticare le mie parole avventate e di accettare l’assicurazione della Principessa di Helium che, quando verrà il momento, sposerà Sab Than, principe di Zodanga.
«Sono lieto che abbiate preso questa decisione,» rispose Than Kosis. «È ben lontano dai miei desideri prolungare questa guerra contro il popolo di Helium oltre il limite. La vostra promessa verrà messa agli atti e immediatamente sarà proclamata al mio popolo.»
«Sarebbe meglio, Than Kosis,» lo interruppe Dejah Thoris, «che tale proclamazione fosse rimandata al termine della guerra. Sembrerebbe davvero singolare, sia al mio popolo che al vostro, se la Principessa di Helium si concedesse al nemico della sua patria mentre le ostilità sono ancora in corso.»
«Non si potrebbe porre fine alla guerra fin d’ora?» intervenne Sab Than. «Basta una sola parola di Than Kosis per riportare la pace. Dite quella parola, padre; pronunciatela, e affretterete la mia felicità, ponendo fine a questa guerra così impopolare.»
«Vedremo,» rispose Than Kosis, «come il popolo di Helium accoglierà la pace. In ogni caso, io gliela offrirò.»
Dopo aver pronunciato ancora poche parole, Dejah Thoris si voltò e lasciò l’appartamento, sempre scortata dalle sue guardie.
Così crollò il fragile edificio del mio breve sogno di felicità, infranto dalla dura realtà. La donna per la quale avevo rischiato la vita e dalle cui labbra avevo udito, appena poco tempo prima, una dichiarazione d’amore a me rivolta, si era dimenticata con leggerezza perfino la mia esistenza e, sorridendo, si era promessa al figlio del più odiato nemico del suo popolo.
Benché l’avessi udita con le mie stesse orecchie, non riuscivo a crederci. Quando fossimo stati soli dovevo raggiungere i suoi appartamenti e costringerla a ripetermi quella crudele verità, prima di potermene davvero convincere. Così abbandonai il mio posto e mi affrettai lungo il corridoio nascosto dietro gli arazzi, dirigendomi verso la porta dalla quale era uscita.
Attraversatala silenziosamente, mi ritrovai in un vero labirinto di corridoi tortuosi, che si biforcavano e si snodavano in ogni direzione.
Percorsi rapidamente prima uno, poi un altro di quei passaggi, finché mi accorsi di essermi irrimediabilmente perduto. Mi fermai, ansimante, appoggiato a una parete, quando udii delle voci poco lontano. Provenivano, a quanto pareva, dall’altro lato della parete contro cui ero appoggiato e, poco dopo, riconobbi la voce di Dejah Thoris. Non riuscivo a distinguere le parole, ma sapevo che non potevo essermi sbagliato.
Avanzando di qualche passo, scoprii un altro corridoio, in fondo al quale si trovava una porta. Mi avvicinai con decisione e la oltrepassai, ritrovandomi in una piccola anticamera dove sostavano le quattro guardie che avevano accompagnato la principessa. Una di esse si alzò immediatamente e mi si avvicinò, chiedendomi quale fosse il motivo della mia presenza.
«Vengo da Than Kosis,» risposi, «e desidero parlare in privato con Dejah Thoris, Principessa di Helium.»
«E il vostro ordine scritto?» domandò la guardia.
Non sapevo che cosa intendesse, ma risposi di appartenere alla Guardia e, senza attendere la sua replica, mi avviai con passo deciso verso la porta opposta dell’anticamera, dietro la quale sentivo Dejah Thoris conversare.
Ma non fu così facile. La guardia mi si parò davanti dicendo:
«Nessuno viene da Than Kosis senza portare un ordine o conoscere la parola d’ordine. Prima di passare dovrete darmi l’una o l’altra.»
«L’unico ordine di cui ho bisogno, amico mio, per entrare dove desidero è quello che porto al fianco», risposi, battendo una mano sull’elsa della mia spada lunga. «Mi lascerete passare in pace oppure no?»
Per tutta risposta estrasse la sua spada e chiamò gli altri a raccolta. Così i quattro si schierarono di fronte a me con le armi sguainate, sbarrandomi il passo.
«Non siete qui per ordine di Than Kosis», gridò quello che mi aveva fermato per primo. «Non solo non entrerete negli appartamenti della Principessa di Helium, ma farete ritorno da Than Kosis sotto scorta, per spiegare la vostra ingiustificabile temerarietà. Gettate la spada; non potete sperare di avere la meglio su quattro uomini», aggiunse con un sorriso cupo.
La mia risposta fu un rapido affondo che ridusse immediatamente a tre i miei avversari. E posso assicurarvi che erano guerrieri degni del mio metallo. In un attimo mi spinsero con le spalle al muro e mi ritrovai a combattere per la vita. Lentamente riuscii a raggiungere un angolo della stanza, dove potevo costringerli ad affrontarmi uno per volta. Sicché continuammo a combattere per più di venti minuti, mentre il fragore dell’acciaio trasformava la piccola anticamera in un autentico pandemonio.
Il frastuono aveva richiamato Dejah Thoris sulla soglia. La donna restò lì per tutto il combattimento, con Sola dietro di lei che sbirciava oltre la sua spalla. Il volto era impassibile, privo di qualsiasi emozione e capii che non mi aveva riconosciuto, così come non mi aveva riconosciuto Sola.
Infine, un colpo fortunato abbatté la seconda guardia e, rimasto a fronteggiarne soltanto due, cambiai tattica. Mi lanciai all’attacco con quello stile di combattimento impetuoso che tante volte mi aveva già procurato la vittoria. Il terzo cadde in meno di dieci secondi e pochi istanti più tardi anche l’ultimo giaceva morto sul pavimento insanguinato.
Erano uomini coraggiosi e nobili combattenti, e mi addolorò essere stato costretto a ucciderli. Ma avrei spopolato tutta Barsoom, se quello fosse stato l’unico modo per raggiungere la mia Dejah Thoris.
Riposi nel fodero la spada grondante di sangue e mi avvicinai alla mia principessa marziana, che era rimasta immobile a fissarmi senza il minimo segno di avermi riconosciuto.
«Chi siete, zodangano?» sussurrò. «Un altro nemico venuto a tormentarmi nella mia disgrazia?»
«Sono un amico», risposi. «Un amico che un tempo vi fu caro.»
«Nessun amico della Principessa di Helium indossa quel metallo», replicò. «Eppure, la vostra voce… l’ho già sentita. Non è… non può essere… no, perché a chi io penso, è ormai morto.»
«Siete uno zodangano?» sussurrò.
«Mia principessa, altri non sono se non John Carter,» dissi. «Non riconoscete, malgrado la coloritura della mia pelle e il mio strano metallo, il cuore del vostro condottiero?»
Mi avvicinai e lei vacillò verso di me tendendo le braccia; ma, mentre stavo per stringerla, si ritrasse rabbrividendo e lasciandosi sfuggire un lieve gemito.
«Troppo tardi… troppo tardi,» mormorò tristemente. «Oh, siete il mio condottiero che credevo morto! Se solo foste tornato un’ora prima… Ma ormai è troppo tardi, troppo tardi.»
«Che cosa volete dire, Dejah Thoris?» esclamai. «Che non vi sareste promessa al principe di Zodanga se aveste saputo che io ero vivo?»
«Credete forse, John Carter, che ieri avrei potuto darvi il mio cuore e oggi offrirlo ad altri? Pensavo che fosse sepolto insieme alle vostre ceneri nelle fosse di Warhoon e così oggi ho promesso il mio corpo a un altro, per salvare il mio popolo dalla maledizione di un esercito zodanghiano vittorioso.»
«Ma io non sono morto, principessa. Sono venuto a reclamarvi e Zodanga tutta non potrà impedirmelo.»
«È troppo tardi, John Carter. La mia promessa è data e, su Barsoom, questo basta. Le cerimonie che seguono sono soltanto vuote formalità. Non rendono il matrimonio più reale di quanto il corteo funebre di uno jeddak possa rendere più morto un uomo. Per tutti ormai, sono già sposata, John Carter. Non potete più dire che sono la vostra principessa. Né voi sarete mai più il mio condottiero.»
«Conosco ben poco delle vostre usanze, Dejah Thoris, ma so di amarvi. E se davvero intendevate le parole che mi diceste quel giorno, mentre le orde di Warhoon piombavano su di noi, nessun altro uomo vi avrà mai come sposa. Quelle parole le pensavate allora, mia principessa, e le pensate ancora! Ditemi che è così.»
«Le pensavo, John Carter,» sussurrò. «Ma non posso ripeterle adesso, perché mi sono promessa a un altro. Ah, se soltanto aveste conosciuto le nostre usanze, amico mio,» continuò, quasi parlando fra sé, «la vostra sarebbe stata la mia promessa già molti mesi fa e avreste potuto reclamarmi prima di chiunque altro. Forse ciò avrebbe significato la caduta di Helium, ma avrei dato il mio impero per il mio condottiero thark.»
Poi, alzando la voce, proseguì:
«Ricordate la notte in cui mi offendeste? Mi chiamaste “vostra principessa” senza aver prima chiesto la mia mano e poi vi vantaste di aver combattuto per me. Voi non potevate saperlo e io non avrei dovuto offendermi; adesso lo comprendo. Ma non c’era nessuno che potesse spiegarvi ciò che io non potevo dirvi: su Barsoom, nelle città degli uomini rossi, esistono due categorie di donne. Per le une si combatte affinché, dopo averle conquistate, si possa chiederle in moglie; anche per le altre si combatte, ma non si chiede mai la loro mano. Quando un uomo ha conquistato una donna, può chiamarla “mia principessa” oppure usare uno qualsiasi dei termini che ne indicano il possesso. Voi avevate combattuto per me, ma non mi avevate chiesta in moglie; così, quando mi chiamaste vostra principessa, capite…» Esitò un istante. «…ne fui ferita. Eppure, anche allora, John Carter, non vi respinsi come avrei dovuto, almeno finché non rendeste l’offesa ancora più grave, vantandovi di avermi conquistata con la forza delle armi.»
«Non ho più bisogno di chiedervi perdono, Dejah Thoris,» esclamai. «Ora dovete sapere che la mia colpa nacque soltanto dall’ignoranza delle usanze di Barsoom. Ciò che non osai fare, perché ero sinceramente convinto che la mia richiesta sarebbe stata presuntuosa e sgradita, lo faccio adesso, Dejah Thoris. Vi chiedo di diventare mia moglie e, per tutto il sangue dei combattenti della Virginia che scorre nelle mie vene, voi lo sarete.»
«No, John Carter, è inutile,» esclamò sconsolata. «Non potrò mai essere vostra finché Sab Than sarà in vita.»
«Avete appena firmato la sua condanna a morte, mia principessa. Sab Than morirà.»
«Nemmeno così,» si affrettò a spiegare. «Non mi è consentito sposare l’uomo che ha ucciso mio marito, neppure se lo facesse per legittima difesa. È la nostra usanza. Su Barsoom siamo governati dalle usanze. È inutile, amico mio. Dovrete condividere con me questo dolore. Almeno questo possiamo averlo in comune: il dolore e il ricordo dei brevi giorni trascorsi tra i Thark. Ora dovete andare e non rivedermi mai più. Addio, mio condottiero… come voi foste un tempo.»
Abbattuto e profondamente avvilito, lasciai la stanza. Tuttavia, non avevo ancora perduto tutte le speranze, né ero disposto ad ammettere che Dejah Thoris fosse per me perduta prima che fosse realmente celebrata la cerimonia.
Mentre vagavo per i corridoi, ero smarrito nel dedalo di passaggi tortuosi non meno di quanto lo fossi stato prima di trovare gli appartamenti di Dejah Thoris.
Compresi che la mia unica speranza consisteva nel fuggire dalla città di Zodanga, perché la faccenda delle quattro guardie morte avrebbe domandato una spiegazione e, non potendo tornare al mio posto senza qualcuno che mi indicasse la strada, sarei inevitabilmente stato sospettato se mi avessero trovato a vagare senza meta per il palazzo.
Dopo un po’ giunsi a una rampa a spirale che conduceva ai piani inferiori. La seguii, scendendo per diversi livelli, finché raggiunsi l’ingresso di una vasta sala nella quale si trovavano numerose guardie.
Le pareti della sala erano coperte da arazzi trasparenti, dietro uno dei quali riuscii a nascondermi senza essere scoperto.
Le conversazioni delle guardie erano di carattere generale e non destavano il minimo interesse, finché un ufficiale non entrò nella sala e ordinò a quattro uomini di dare il cambio al reparto che sorvegliava la Principessa di Helium.
Compresi allora che i miei guai stavano per cominciare sul serio e, infatti, non dovetti attendere a lungo. La squadra era uscita dalla sala delle guardie da appena pochi istanti quando uno degli uomini fece di nuovo irruzione, ansimando, per annunciare che i quattro compagni erano stati trovati massacrati nell’anticamera.
In un attimo l’intero palazzo fu in subbuglio. Guardie, ufficiali, cortigiani, servitori e schiavi correvano per corridoi e sale in ogni direzione, portando messaggi e ordini e cercando tracce dell’assassino.
Era la mia occasione e, per quanto esigua, decisi di coglierla. Quando un gruppo di soldati mi passò accanto di corsa, uscii dal mio nascondiglio e mi accodai a loro, seguendoli attraverso il labirinto del palazzo finché, attraversando un vasto salone, scorsi la benedetta luce del giorno filtrare da una serie di grandi finestre.
Lì abbandonai le mie guide improvvisate e raggiunsi la finestra più vicina, per una via di fuga.
Le finestre si aprivano su un ampio balcone affacciato su uno dei grandi viali di Zodanga. Il terreno si trovava una decina di metri più in basso e, a una distanza pressoché uguale dall’edificio, si innalzava un muro alto sei metri costruito con vetro lucido, spesso quasi trenta centimetri. Per un marziano rosso una fuga da quella parte sarebbe sembrata impossibile, ma per me, con la forza e l’agilità che avevo generata sulla Terra, era quasi come se fosse già fatta. L’unico timore era di essere scoperto prima del calare dell’oscurità, poiché non avrei potuto tentare quel salto in pieno giorno, mentre il cortile sottostante e il grande viale erano ancora affollati di abitanti di Zodanga.
Cercai dunque un nascondiglio e, quasi per caso, ne trovai uno all’interno di un enorme ornamento sospeso al soffitto del salone, a circa tre metri dal pavimento. Con un balzo vi entrai senza difficoltà: era una grande coppa ornamentale, simile a un vaso gigantesco. Mi ero appena sistemato al suo interno quando un gruppo di persone entrò nella sala. Si fermarono proprio sotto il mio rifugio e potei ascoltare chiaramente ogni loro parola.
«È opera di uomini di Helium,» disse uno di loro.
«Sì, o Jeddak,» rispose un altro, «ma come hanno potuto introdursi nel palazzo? Posso anche credere che, nonostante la diligente sorveglianza delle vostre guardie, un singolo nemico possa essere riuscito a raggiungere gli appartamenti interni; ma che una squadra di sei o otto guerrieri vi sia penetrata senza essere notata supera ogni mia immaginazione. Ben presto, però, lo sapremo, perché ecco arrivare lo psicologo di corte.»
Allora si unì al gruppo un altro uomo e, dopo aver rivolto al sovrano i saluti di rito, disse, «O potente Jeddak, è una storia davvero singolare quella che ho letto nelle menti ormai spente delle vostre fedeli guardie. Esse non sono state abbattute da un gruppo di guerrieri, bensì da un unico avversario.»
Tacque per un momento, lasciando che il peso di quella rivelazione si imponesse agli ascoltatori. E che le sue parole fossero state accolte con incredulità fu dimostrato dall’esclamazione impaziente che sfuggì dalle labbra di Than Kosis.
«Che razza di storia assurda venite a raccontarmi, Notan?» disse.
«È la verità, mio Jeddak,» rispose lo psicologo di corte. «Le impressioni erano chiaramente impresse nel cervello di ognuna delle quattro guardie. Il loro avversario era un uomo altissimo, che indossava il metallo di una delle vostre guardie, e la sua abilità nel combattimento era a dir poco prodigiosa. Affrontò le quattro guardie lealmente, da solo e le sopraffece grazie alla sua impareggiabile abilità, alla sua forza sovrumana e alla sua straordinaria resistenza. Benché indossasse il metallo di Zodanga, mio Jeddak, un uomo simile non si era mai visto né in questo né in alcun altro regno di Barsoom.
«La mente della Principessa di Helium, che ho esaminato e interrogato, è rimasta per me una pagina bianca. Possiede un perfetto controllo di sé e non sono riuscito a leggervi nemmeno il più piccolo pensiero. Ha dichiarato di aver assistito a una parte dello scontro e che, quando poté guardare, vide un solo uomo impegnato contro le guardie; un uomo che disse di non aver mai visto prima.»
«Dov’è il mio salvatore di un tempo?» domandò un altro dei presenti, e riconobbi la voce del cugino di Than Kosis, quello che avevo salvato dai guerrieri verdi. «Per il metallo del mio primo antenato,» proseguì, «la descrizione gli si adatta alla perfezione, soprattutto per quanto riguarda la sua abilità nel combattimento.»
«Dov’è quest’uomo?» esclamò Than Kosis. «Conducetemelo immediatamente. Che cosa sapete di lui, cugino? Ora che ci ripenso, mi era sembrato davvero singolare che a Zodanga vi fosse un guerriero di tale valore del quale, fino a oggi, ignoravamo perfino il nome. E poi quel nome… John Carter! Chi ha mai sentito un simile nome su Barsoom?»
Ben presto giunse notizia che nessuno sapeva dove io fossi: nel palazzo, o nel mio primo alloggio presso la caserma degli esploratori aerei. Avevano rintracciato e interrogato Kantos Kan, ma egli non sapeva nulla e, quanto al mio passato, aveva riferito di ignorarlo del tutto, poiché mi aveva conosciuto solo da poco, quando eravamo prigionieri fra i Warhoon.
«Tenete d’occhio anche quest’altro,» ordinò Than Kosis. «Anche lui è uno straniero e non è affatto improbabile che vengano entrambi da Helium. Dove si trova uno, prima o poi troveremo anche l’altro. Quadruplicate le pattuglie aeree e fate in modo che chiunque lasci la città, per via aerea o per via terra, sia sottoposto ai più rigorosi controlli.»
Entrò a quel punto un altro messaggero dicendo che dovevo essere ancora all’interno delle mura del palazzo.
«Sono state attentamente confrontate le sembianze di tutte le persone entrate o uscite oggi dal recinto del palazzo,» concluse il messaggero, «e nessuna corrisponde a questo nuovo padwar della Guardia, se non quella registrata al momento del suo ingresso.»
«Allora lo prenderemo molto presto,» commentò soddisfatto Than Kosis. «Nel frattempo, andremo negli appartamenti della Principessa di Helium e la interrogheremo su tutto. Potrebbe sapere più di quanto abbia voluto rivelarvi, Notan. Venite.»
Lasciarono la sala e, poiché fuori era ormai calata l’oscurità, sgusciai agilmente fuori dal nascondiglio e mi affrettai verso il balcone. In vista c’erano poche persone e, scegliendo l’istante in cui nessuno pareva guardare dalla mia parte, balzai rapidamente sulla sommità del muro di vetro e da lì raggiunsi il viale che si stendeva oltre il palazzo.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione di ChatGPT.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
