La Principessa di Marte: Corteggiamenti, è la tredicesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie.
Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione.
Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:

    1. Sulle Colline dell’Arizona
    2. Un cadavere in fuga
    3. Su Marte
    4. Un prigioniero
    5. Il mio cane da guardia
    6. Una lotta
    7. La Nursery
    8. una bella prigioniera
    9. Imparo la lingua
    10. Campione e Comandante
    11. Dejah Thoris
    12. Un prigioniero con potere
    13. Corteggiamenti
    14. Un duello all’ultimo sangue

 

Corteggiamenti su Marte

In seguito alla battaglia con le aeronavi, la comunità rimase entro i confini della città per diversi giorni, decidendo di non tornare subito a casa finché non ci fosse stata la ragionevole sicurezza di non essere attaccati da altre navi; se fossero stati colti con un convoglio di carri e bambini nelle pianure, sarebbe stato un grosso problema anche per un popolo bellicoso come i Marziani verdi.

Durante quel periodo di inattività, Tars Tarkas mi istruì sulle molte usanze e arti di guerra ben note ai Thark, tra cui lezioni di cavalcata e di guida delle grandi bestie usate dai guerrieri. Queste creature, note come thoat, sono pericolose e feroci quanto i loro padroni, ma una volta domate diventano abbastanza docili per le necessità dei Marziani verdi.

Erano toccati a me due di questi animali, già appartenuti ai guerrieri di cui portavo il metallo e in un tempo breve riuscii a maneggiarli bene quanto un guerriero nativo. Il metodo non era affatto complicato. Se i thoat non rispondevano con sufficiente celerità alle istruzioni telepatiche dei loro cavalieri, si assestava un violento colpo tra le orecchie con il calcio della pistola; e se mostravano segni di rivolta, tale trattamento continuava finché le bestie non fossero domate o non fossero riuscite a disarcionare il cavaliere.

In quest’ultimo caso, si assisteva a una lotta per la vita tra l’uomo e la creatura. Se il primo era abbastanza rapido con la pistola, poteva avere la fortuna di sopravvivere per cavalcare di nuovo un’altra bestia; in caso contrario, il suo corpo sbranato e straziato veniva raccolto dalle sue donne e bruciato secondo il rito dei Thark.

La mia esperienza con Woola mi spinse a tentare, nel trattamento dei miei thoat, l’esperimento della gentilezza. Per prima cosa insegnai loro che non potevano disarcionarmi anche se non mancai di colpirli energicamente tra le orecchie per imprimere in loro la mia autorità e padronanza. Poi, a poco a poco, conquistai la loro fiducia press a poco nello stesso modo che avevo adottato innumerevoli volte con i miei molti destrieri terreni. Sono sempre stato abile con gli animali e sono sempre stato gentile e umano nel trattare con esseri di rango inferiore, per mia inclinazione, ma anche perché così ottenevo risultati più duraturi e soddisfacenti. Non avrei avuto problemi a togliere la vita a un uomo, se non ci fosse stata altra soluzione, ma non a un povero, irragionevole e irresponsabile bruto.

Nel giro di pochi giorni i miei thoat furono la meraviglia dell’intera comunità. Mi seguivano come cani, strofinando i grandi musi contro il mio corpo in goffe manifestazioni d’affetto e rispondevano a ogni mio comando con una prontezza e una docilità da spingere i guerrieri marziani a attribuirmi il possesso di qualche potere terrestre sconosciuto su Marte.

«Come li hai stregati?» mi chiese un pomeriggio Tars Tarkas, dopo avermi visto infilare il braccio fino in fondo tra le fauci spalancate di uno dei miei thoat per togliergli un pezzo di pietra incastrato tra due denti, mentre brucava la vegetazione simile a muschio nel nostro cortile.

«Con la gentilezza» risposi. «Sai, Tars Tarkas, anche i sentimenti più miti hanno un loro valore, persino per un guerriero. Nel pieno della battaglia come durante la marcia, so che i miei thoat obbediranno a ogni mio comando e per questo la mia efficienza in combattimento sarà superiore e io sarò sempre un guerriero migliore proprio perché sono un padrone benevolo. Anche gli altri tuoi guerrieri trarrebbero vantaggio, per sé stessi e per l’intera comunità, se adottassero i miei metodi con le loro cavalcature. Solo pochi giorni fa, tu stesso mi hai detto che queste grandi bestie possono spesso trasformare una vittoria in sconfitta, per il loro temperamento incostante, decidendo di disarcionare e dilaniare i loro cavalieri proprio nei momenti cruciali.»

«Mostrami come ottieni questi risultati» fu l’unica replica di Tars Tarkas.

E così gli spiegai nel modo più accurato possibile il metodo di addestramento che avevo adottato con le mie bestie e, più tardi, egli mi fece ripetere la dimostrazione davanti a Lorquas Ptomel e ai guerrieri radunati. Quel momento segnò l’inizio di una nuova esistenza per i poveri thoat e, prima che lasciassi la comunità di Lorquas Ptomel, ebbi la soddisfazione di vedere un reggimento di cavalcature docili e mansuete come chiunque avrebbe voluto. L’effetto sulla precisione e celerità delle manovre militari fu così notevole che Lorquas Ptomel mi donò una massiccia cavigliera d’oro, tolta dalla propria gamba, come segno del suo apprezzamento per il mio servizio alla sua orda.

Il settimo giorno dopo la battaglia con le aeronavi prendemmo finalmente la strada verso Thark, poiché Lorquas Ptomel riteneva ormai improbabile un nuovo attacco.

Avevo visto ben poco Dejah Thoris nei giorni subito prima della partenza, poiché Tars Tarkas mi aveva tenuto molto occupato con le sue lezioni sull’arte della guerra e con l’addestramento dei miei thoat. Le poche volte in cui ero stato ai suoi alloggi non l’avevo trovata, perché era fuori con Sola, a passeggio per le vie, oppure esplorava gli edifici nei dintorni della piazza. Avevo raccomandato a entrambe di non allontanarsi troppo dalla piazza, per timore dei grandi scimmioni bianchi, la cui ferocia conoscevo fin troppo bene. Anche se Woola le accompagnava ad ogni uscita e Sola era ben armata, per cui non c’era ragione di temere troppo.

La sera prima della nostra partenza le vidi avvicinarsi da oriente su uno dei grandi viali che entrano nella piazza. Avanzai loro incontro e dissi a Sola che mi sarei assunto io la responsabilità della sicurezza di Dejah Thoris, per cui la pregai di tornare ai suoi alloggi con un pretesto qualsiasi. Provavo simpatia e fiducia per Sola, ma in quel momento desideravo restare solo con Dejah Thoris, che per me rappresentava tutto ciò che avevo lasciato sulla Terra in fatto di amabile e congeniale compagnia. Avevo l’impressione che tra noi vi fossero legami di reciproco interesse, forti come se fossimo nati sotto lo stesso tetto e non su pianeti diversi che sfrecciano nello spazio separati da quasi quarantotto milioni di miglia.

Ero certo che anche lei condividesse gli stessi miei sentimenti, poiché quando mi avvicinai l’espressione disperata del suo viso si trasformò in dolcezza, con un sorriso di gioiosa accoglienza e intanto posava la piccola mano destra sulla mia spalla sinistra nel giusto saluto dei Marziani rossi.

«Sarkoja ha detto a Sola che sei diventato un vero Thark» disse, «e che ormai non ti avrei visto più di quanto io possa vedere gli altri guerrieri.»

«Sarkoja è una bugiarda di prima grandezza» risposi «malgrado l’orgogliosa pretesa dei Thark di dire sempre e assolutamente il vero.»

Dejah Thoris rise.

«Sapevo che, pur diventando un membro della comunità, non avresti smesso di essermi amico; “Un guerriero può cambiare il suo metallo, ma non il suo cuore”, un vecchio proverbio su Barsoom.»

«Temo che abbiano cercato di tenerci lontani» aggiunse «poiché ogni volta che eri libero dal servizio, una delle donne più anziane del seguito di Tars Tarkas trovava una scusa per portare Sola e me lontane da te. Mi hanno tenuta giù nelle fosse sotto gli edifici ad aiutarle a mescolare la loro orribile polvere al radio e a fabbricare i loro spaventosi proiettili. Sai che questi debbono essere prodotti alla luce artificiale, perché l’esposizione alla luce del sole provocherebbe una esplosione. Hai visto che i loro proiettili esplodono se colpiscono un oggetto? Già, l’involucro esterno opaco si rompe all’impatto mettendo a nudo un cilindro di vetro semisolido, nella cui parte anteriore si trova una minuscola particella di polvere di radio. Nel momento in cui la luce solare, anche se non diretta, colpisce la polvere, questa esplode con una violenza a cui nulla può resistere. Se mai dovessimo assistere a una battaglia notturna, vedrai che non ci saranno esplosioni, ma il mattino dopo, all’alba, ci saranno molti scoppi potenti dei proiettili che non erano esplosi durante la notte. Anche se, in genere, di notte si usano proiettili non esplosivi.»

Pur essendo davvero interessato a ciò che mi spiegava Dejah Thoris su questo straordinario complemento della guerra marziana, ero tuttavia inquieto per il trattamento che le avevano riservato. Non era cosa sorprendente che la tenessero lontana da me, ma che la sottoponessero a lavori pericolosi e faticosi mi faceva infuriare.

«Ti hanno mai sottoposta a crudeltà e umiliazioni, Dejah Thoris?» le chiesi, sentendo il sangue dei miei avi guerrieri che mi ribolliva nelle vene in attesa della sua risposta.

«Solo in piccole cose, John Carter» rispose. «Nulla che possa ferirmi, se non nell’orgoglio. Sanno che sono la dicendenza di diecimila jeddak, che posso far risalire la mia genealogia senza interruzioni fino al costruttore del primo grande corso d’acqua, mentre loro, che non conoscono nemmeno le proprie madri, provano gelosia nei miei confronti. Nel profondo odiano il loro orrendo destino e così riversano il loro misero rancore su di me, che rappresento tutto ciò che essi non hanno, che più desiderano e mai potranno avere. Mio unico capo, io provo una grande compassione per loro ché, anche se io dovessi morire per loro mano, potrò sempre permettermi di compatirli, poiché il mio popolo è superiore — e loro lo sanno.»

Se avessi conosciuto il significato della frase “mio unico capo”, detta da una donna marziana rossa a un uomo, avrei avuto la sorpresa più grande della mia vita; ma allora non lo sapevo, né lo seppi per molti mesi ancora. Sì, avevo ancora molto da imparare su Barsoom.

«Suppongo sia segno di saggezza accettare il nostro destino con la miglior grazia possibile, Dejah Thoris; ma spero, tuttavia, di poter essere presente la prossima volta che un marziano — verde, rosso, rosa o viola — avrà l’audacia di rivolgere anche solo un piccolo rimbrotto alla mia principessa.»

Dejah Thoris trattenne il respiro alle mie ultime parole, guardandomi a occhi spalancati e respiro accelerato; poi, fece una piccola risata, le comparvero maliziose fossette agli angoli della bocca, scosse il capo ed esclamò:

«Ma sei un bambino! Grande guerriero, ma anche un bambino che inciampa nei suoi passi.»

«E adesso che cosa ho fatto?» chiesi perplesso.

«John Carter, lo saprai un giorno; se vivremo! Ma io non posso dirtelo. E io, figlia di Mors Kajak, a sua volta figlio di Tardos Mors, ho ascoltato e non mi sono adirata» concluse fra sé a mezza voce.

Poi esplose ancora in uno dei suoi allegri scoppi di risa, scherzando con me sul mio valore come guerriero Thark, in contrasto con il mio cuore tenero e la mia naturale gentilezza.

«Allora, se tu ferissi per caso un nemico, lo porteresti a casa per curarlo fino alla guarigione» rise.

«È proprio quello che facciamo sulla Terra» risposi. «Almeno fra gli uomini civili.»

Il che la fece ridere ancora di più. Non lo capiva, perché, nonostante la sua dolcezza e sensibilità, era pur sempre una marziana e per un marziano l’unico nemico buono è un nemico morto; e ogni avversario ucciso significa tanto di più da spartire tra quelli che gli sopravvivono.

Ero molto curioso di sapere che cosa avessi detto o fatto per causarle tanta allegria un momento prima, e così continuai a insistere perché mi illuminasse.

«No», esclamò «basta che tu l’abbia detto e che io abbia ascoltato. E quando lo saprai, John Carter — e se io sarò morta, come è probabile che sarò prima che la luna lontana abbia compiuto altri dodici giri intorno a Barsoom — ricordati che ho ascoltato e che io… ho sorriso.»

Per me era incomprensibile, ma più la pregavo di spiegarsi, più fermamente ella negava la mia richiesta e così, nella più totale disperazione, rinunciai.

Il giorno aveva ormai ceduto il posto alla notte e, mentre camminavamo lungo la grande arteria illuminata dalle due lune di Barsoom, con la Terra che ci guardava col suo luminoso occhio verde, mi pareva che fossimo soli nell’universo — e io, almeno, ero felice che così fosse.

Il gelo della notte marziana ci avvolgeva e, togliendomi le sete, le posai sulle spalle di Dejah Thoris. Quando il mio braccio la sfiorò per un istante, sentii un brivido attraversare ogni mia fibra del corpo come nessun altro contatto mortale aveva mai fatto; e mi parve che lei si piegasse un poco verso di me, ma di questo non fui certo. Sapevo soltanto che, mentre il mio braccio restava poggiato sulle sue spalle più a lungo di quanto richiedesse l’atto di sistemarle la seta, lei non si spostò e non disse niente. E così, in silenzio, camminammo sulla superficie di un mondo morente, ma nel petto di almeno uno di noi era nato ciò che è sempre antichissimo e sempre nuovo.

Io amavo Dejah Thoris. Il contatto del mio braccio sulla sua spalla nuda mi aveva parlato un linguaggio che non potevo fraintendere e sapevo di averla amata sin dal primo istante in cui i miei occhi avevano incontrato i suoi, quella prima volta nella piazza della città morta di Korad.

 

Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.

 

Edgar Rice Burroughs
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(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.