La Principessa di Marte: Un duello all’ultimo sangue, è la quattordicesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
Capitolo XIV
Il mio primo impulso fu quello di dichiararle il mio amore; poi pensai che solo io potevo alleviare i pesi della sua prigionia e proteggerla, quel poco che mi era possibile, nella sua condizione senza via di uscita. Arrivando a Thark avrebbe incontrato migliaia di antichi nemici ed avrebbe dovuto affrontarli. Non potevo rischiare di aggiungerle altro dolore o altra sofferenza dichiarandole un amore che, con ogni probabilità, lei non condivideva. Se mi fossi mostrato tanto indiscreto, la sua situazione sarebbe diventata per lei ancora più insopportabile. L’idea che io volessi approfittare della sua debolezza per obbligarla a una decisione mi sigillò le labbra.
«Perché sei così silenziosa, Dejah Thoris?» le chiesi. «Forse vorresti tornare nei tuoi alloggi assieme a Sola.»
«No», mormorò «sono felice qui. John Carter, non so come mai io mi senta sempre felice e serena quando siamo assieme, eppure sei uno straniero; è così, e in questi momenti mi sento sicura e ho la sensazione che presto potrò tornare alla corte di mio padre, sentire le sue braccia stringermi forte e bere le lacrime e i baci di mia madre.»
«Dunque, su Barsoom ci si bacia?» chiesi, quando mi ebbe spiegato la parola che aveva usato e che allora io non avevo mai sentito.
«Tra genitori, fratelli e sorelle, sì; e» aggiunse con voce bassa e pensosa «anche tra innamorati.»
«E tu, Dejah Thoris, hai genitori, fratelli e sorelle?»
«Sì»
«E un… innamorato?»
Tacque, e io non osai ripetere la domanda.
«L’uomo di Barsoom» disse infine, esitante «non rivolge domande personali a una donna, a meno che non sia sua madre o la donna per la quale ha combattuto e che ha conquistato.»
«Ma io ho combattuto…» cominciai, e subito desiderai che mi fosse stata recisa la lingua, poiché ella si voltò nell’istante in cui mi arrestavo e tacevo. Si riprese le sue sete che aveva appoggiato alla mia spalla, me le porse e, senza una parola, con il portamento della regina che era, a capo alto, si avviò verso la piazza e l’ingresso dei suoi alloggi.
Non tentai di seguirla, se non con lo sguardo per assicurarmi che raggiungesse l’edificio sana e salva, ordinando anche a Woola di accompagnarla. Poi, mi voltai sconsolato ed entrai nella mia abitazione. Rimasi seduto per ore, a gambe incrociate e di pessimo umore sdraiato sui suoi veli, meditando degli strani capricci che il caso si diverte a giocare su di noi poveri mortali.
Dunque, era questo l’amore! Lo avevo evitato per tutti gli anni in cui avevo vagato lungo i cinque continenti e i mari che li circondano; c’erano state donne bellissime e occasioni incredibili; c’era stato un mezzo desiderio d’amare e la continua ricerca del mio ideale, ma l’amore era rimasto nascosto e solo ora mi era successo di innamorarmi follemente, e senza speranza, di una creatura di un altro mondo, di una specie forse affine, ma non identica alla mia. Una donna nata da un uovo e la cui vita poteva estendersi per mille anni; una donna il cui popolo aveva usanze e idee strane; una donna le cui speranze, i piaceri, i criteri di virtù e di bene e di male erano io credo diversi dai miei quanto erano quelli dei marziani verdi.
Sì, ero uno sciocco, ma ero innamorato. E benché stessi soffrendo la più grande angoscia mai conosciuta, non l’avrei scambiata con tutte le ricchezze di Barsoom. Così è l’amore, e così sono gli innamorati ovunque l’amore esista.
Per me, Dejah Thoris era la cosa in assoluto più perfetta; era qualsiasi cosa fosse virtuosa, bella, nobile e buona. Quella notte a Korad io lo sapevo dal cuore, dal profondo dell’anima, lì, seduto a gambe incrociate sulle mie sete, mentre la luna più vicina correva nel cielo occidentale verso l’orizzonte illuminando l’oro, il marmo e i mosaici di gemme preziose nella mia antica camera da letto; e ne son certo ancora oggi, qui, seduto alla mia scrivania nel piccolo studio che domina l’Hudson. Sono trascorsi vent’anni: nei primi dieci ho vissuto e combattuto per Dejah Thoris e per il suo popolo e per gli altri dieci ho vissuto nel suo ricordo.
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La mattina della nostra partenza per Thark iniziò limpida e calda, come tutte le mattine marziane, fatta eccezione per le sei settimane in cui si scioglie la neve ai poli.
Cercai Dejah Thoris tra la folla dei carri in partenza, ma quel giorno lei mi voltava le spalle e vidi salirle alle guance un rossore di sangue. Con la stolta incoerenza dell’amore tacqui, quando avrei potuto dichiarare la mia ignoranza circa la natura della mia offesa, o almeno chiedere quanto fosse stata grave e ottenere così, almeno, una sorta di riconciliazione.
Il dovere mi imponeva di accertarmi che ella fosse tranquilla, sicché dopo aver gettato uno sguardo verso il suo carro, misi in ordine i suoi veli e le sue pellicce. Nel farlo, notai con orrore che qualcuno l’aveva fermamente legata con una catena fissata al fianco del veicolo.
«Che significa?» gridai, rivolgendomi a Sola.
«Sarkoja ha deciso che fosse meglio così» disse, ma il volto tradiva la disapprovazione per quel modo di fare.
Esaminando le manette, vidi che erano fissate con una pesante serratura a molla.
«Dov’è la chiave, Sola? Dammi la chiave.»
«Ce l’ha Sarkoja, John Carter» disse.
Senza aggiungere altro mi voltai e cercai Tars Tarkas e con lui mi lamentai con veemenza per le umiliazioni e le inutili crudeltà che, almeno agli occhi del mio amore, venivano riservate a Dejah Thoris.
«John Carter» rispose, «sappiamo che tu e Dejah Thoris ai Thark potreste avere la possibilità di fuggire solamente durante questo viaggio. E so bene che tu non fuggiresti senza di lei. Ti sei dimostrato un potente combattente e non vogliamo dunque metterti in catene, per cui questa ci è parsa la migliore soluzione per trattenere entrambi nel modo meno gravoso e sicuro. Ho parlato.»
In un attimo colsi la forza del suo ragionamento e capii che sarebbe stato inutile appellarsi alla sua decisione; chiesi tuttavia che togliessero la chiave a Sarkoja e che per il futuro le fosse ordinato di lasciare in pace la prigioniera.
«Questo almeno, Tars Tarkas, puoi farlo per me in cambio dell’amicizia che, devo confessarlo, io provo per te.»
«Amicizia?» rispose. «Non so cosa sia, John Carter, ma facciamo così. Ordinerò a Sarkoja di non tormentare più la ragazza e io stesso terrò la chiave in custodia.»
«A meno che tu non voglia affidarne la responsabilità a me» dissi, sorridendo.
Mi fissò a lungo e con attenzione prima di parlare.
«Se tu mi dessi la tua parola che né tu né Dejah Thoris tenterete di fuggire prima di arrivare senza combattere alla corte di Tal Hajus, allora potresti avere la chiave e gettare le catene nel fiume Iss.»
«È meglio che tu tenga la chiave, Tars Tarkas,» risposi.
Sorrise e non aggiunse altro, ma quella notte, mentre ci accampavamo, lo vidi liberare di persona Dejah Thoris dalle catene.
Malgrado la crudele ferocia e l’apparente freddezza, in Tars Tarkas scorreva una corrente sotterranea che egli sembrava sempre voler reprimere. Forse il residuo di un istinto umano, una volta posseduto da un suo antico antenato, che lo perseguitava facendogli odiare le usanze del suo popolo?
Mentre mi avvicinavo al carro di Dejah Thoris, incrociai Sarkoja e lo sguardo nero e velenoso che mi rivolse fu il più dolce balsamo che avessi provato da molte ore. Dio mio, quanto mi odiava! L’odio le sprizzava in modo così palpabile che quasi lo si sarebbe potuto tagliare con una spada.
Poco dopo la vidi immersa in una fitta conversazione con un guerriero di nome Zad: un essere enorme e bestiale, massiccio, potente, eppure non aveva mai ucciso nessuno dei propri capi e quindi era ancora un o-mad, un uomo con un solo nome; egli poteva ottenere un secondo nome solo conquistando il metallo di un capo. Era questa l’usanza che mi aveva dato diritto ai nomi dei due capi che avevo ucciso; infatti, alcuni dei guerrieri mi chiamavano Dotar Sojat, una combinazione dei nomi dei due guerrieri di cui avevo preso il metallo, che, cioè, avevo abbattuto in leale combattimento.
Mentre Sarkoja parlava con Zad, costui lanciava di tanto in tanto sguardi nella mia direzione e lei sembrava spronarlo con grande insistenza a compiere chissà quale azione. In quel momento vi prestai poca attenzione; ma il giorno seguente ebbi buone ragioni per ricordare quelle circostanze e, al tempo stesso, per comprendere la profondità dell’odio di Sarkoja e fin dove fosse capace di spingersi per riversare su di me la sua orribile vendetta.
Quella sera Dejah Thoris non volle più avere nulla a che fare con me; benché pronunciassi il suo nome, ella non rispose mai, né concesse il minimo battito di ciglia per farmi capire che sapesse della mia presenza. Nella mia angoscia feci ciò che avrebbero fatto la maggior parte degli innamorati: provai ad avere sue notizie tramite una confidente. In questo caso fu Sola, che intercettai in un’altra parte dell’accampamento.
«Che cosa c’è che non va in Dejah Thoris?» sbottai. «Perché non vuole più parlarmi?»
Anche Sola parve perplessa, perché, in effetti, simili stranezze da parte di due esseri, le erano del tutto incomprensibili. Poveretta.
«Dice che l’hai fatta adirare, e non dirà altro; se non aggiungere che è figlia di un jed e nipote di un jeddak, ed è stata umiliata da una creatura che non sarebbe degna nemmeno di pulire i denti al sorak di sua nonna.»
Riflettei per un po’ su quel che mi era stato detto, ma poi chiesi:
«Che cos’è un sorak?»
«Un piccolo animale grande più o meno quanto la mia mano, che le donne marziane rosse tengono per giocarci» spiegò Sola.
Non degno di pulire i denti al gatto di sua nonna! Certo, dovevo occupare una posizione piuttosto bassa nella considerazione di Dejah Thoris; e tuttavia non potei fare a meno di ridere di quella strana figura retorica, così domestica e, sotto un certo aspetto, molto terrena. Mi fece sentire la nostalgia di casa, perché suonava molto simile a «non esser neppur degno di scioglierle i legacci dei suoi sandali». E allora prese avvio in me una catena di pensieri del tutto nuova. In quel momento pensai a quel che stesse facendo la mia gente, a casa. Erano anni che non vedevo nessuno. In realtà, una famiglia di Carter in Virginia diceva di essermi strettamente imparentata, ma secondo loro io ero un prozio, o qualcosa di altrettanto assurdo. Qui nessuno mi avrebbe dato più di venticinque o trent’anni e l’idea di essere considerato un prozio mi sembrava del tutto incongruente. Anche i miei pensieri, i miei sentimenti erano quelli di un giovane. Nella famiglia Carter c’erano due bambini piccoli che avevo amato e che credevano non esistesse nessuno al mondo come lo zio Jack; li potevo immaginare molto chiaramente, adesso, sotto i cieli lunari di Barsoom, e li rimpiangevo come non avevo mai rimpianto alcun mortale prima di allora. Per natura, io sono un vagabondo e non avevo mai conosciuto il vero significato della parola «casa»; ma, il grande salone dei Carter per me aveva sempre rappresentato ciò che quella parola poteva ricordare e, ora, il mio cuore si volgeva verso di loro, lontano dai popoli freddi e ostili in mezzo ai quali ero capitato. Ma poi! Anche Dejah Thoris mi disprezzava, no? Io, non ero nient’altro che una creatura disprezzabile, tanto infima da non essere nemmeno degna di pulire i denti al gatto di sua nonna; e allora mi venne in soccorso il mio salutare senso dell’umorismo e risi, e mi avvolsi nelle mie sete e nelle mie pellicce e dormii sul pavimento inondato dalla luna, dormii il sonno di un uomo stanco e sano, temprato dal combattimento.
Il giorno successivo, di buon’ora, smontammo l’accampamento e marciammo con una sola sosta fino a poco prima che calassero le tenebre. Due episodi interruppero la monotonia della marcia.
Verso mezzogiorno scorgemmo alla nostra destra, molto lontano, quella che sembrava proprio un’incubatrice, e Lorquas Ptomel ordinò a Tars Tarkas di ispezionarla. Quest’ultimo prese con sé una dozzina di guerrieri, me compreso e ci lanciammo al galoppo attraverso il tappeto di muschio vellutato fino al piccolo recinto.
Era proprio un’incubatrice, ma le uova erano molto più piccole, rispetto a quelle che avevo visto schiudersi nella nostra al mio arrivo su Marte.
Tars Tarkas smontò e ispezionò minuziosamente il recinto, annunciando infine che apparteneva agli uomini verdi di Warhoon e che il cemento era appena asciugato nel punto in cui era stato murato.
«Devono essere davanti a noi a non più di una giornata di marcia» esclamò, mentre sul suo volto feroce balenava l’aspettativa di una nuova battaglia.
L’assalto all’incubatrice fu davvero breve. I guerrieri forzarono l’ingresso e, un paio di loro strisciarono all’interno, distruggendo tutte le uova con le spade corte. Poi, risaliti in sella, ci precipitammo per raggiungere di nuovo la carovana. Durante il ritorno colsi l’occasione per chiedere a Tars Tarkas se questi Warhoon, le cui uova avevamo distrutto, fossero un popolo più piccolo dei suoi Thark.
«Ho notato che le loro uova sono molto più piccole di quelle che ho visto schiudersi nella vostra incubatrice» dissi.
Egli mi spiegò che le uova erano state deposte da poco, per cui, come tutte le uova dei marziani verdi, sarebbero cresciute durante il periodo di incubazione di cinque anni fino a raggiungere le dimensioni di quelle che avevo visto schiudersi il giorno del mio arrivo su Barsoom. Era un’informazione davvero interessante, poiché mi era sempre sembrato sorprendente che le donne marziane verdi, pur se grandi, potessero deporre uova così enormi come quelle da cui avevo visto emergere i piccoli già alti più di un metro. In realtà, un uovo appena deposto è solo di poco più grande di un normale uovo d’oca e, poiché non comincia a crescere finché non viene esposto alla luce del sole, i capi non hanno grande difficoltà a spostarne parecchie centinaia per volta dai depositi sotterranei alle incubatrici.
Poco dopo l’episodio delle uova dei Warhoon ci fermammo a far riposare gli animali, ed è durante questa sosta che si verificò il secondo episodio significativo della giornata.
Ero intento a trasferire le mie bardature da uno dei miei thoat all’altro, poiché dividevo il lavoro della giornata tra entrambe le bestie, quando Zad si avvicinò e, senza dire una parola, colpì il mio animale con un terribile colpo della sua spada lunga.
Non avevo bisogno di un manuale di etichetta marziana verde per sapere quale risposta fosse dovuta a un simile affronto; ero così furioso che a stento riuscii a trattenermi dall’estrarre la pistola e abbatterlo come la bestia che era. Ma egli stava lì ad attendermi con la spada lunga sguainata, e la mia unica scelta era di usare la mia arma per affrontarlo in leale combattimento, con la stessa spada da lui scelta o con un’arma di valore inferiore.
Quest’ultima alternativa è sempre consentita; avrei quindi potuto usare la spada corta, il pugnale, l’accetta o persino i pugni, se lo preferivo, restando pienamente nei miei diritti; ma non avrei potuto usare armi da fuoco o una lancia, dato che lui impugnava nient’altro che la spada lunga.
Scelsi la stessa arma che aveva scelto lui, perché sapevo che si vantava della sua abilità con quella e desideravo sopraffarlo, se mai ci fossi riuscito, proprio con la sua stessa arma. Il combattimento che ne seguì fu lungo e ritardò di un’ora la ripresa della marcia. L’intera comunità ci circondò, lasciando libera per la nostra battaglia un’area di una trentina di metri.
Zad tentò dapprima di travolgermi come fa il toro con il lupo; ma ero troppo rapido per lui e se io mi spostavo di lato per evitare le sue cariche, lui mi passava accanto e andava avanti, ma ogni volta riceveva un taglio della mia spada su un braccio o sulla schiena. Ben presto il sangue gli colò da una mezza dozzina di ferite leggere, anche se io non riuscivo a trovare un varco per assestare l’affondo decisivo. A quel punto, egli cambiò tattica. Combattendo con cautela e con estrema destrezza, cercò di ottenere con la tecnica ciò che non era riuscito a ottenere con la forza bruta. Devo ammettere che era uno spadaccino magnifico e che, se non fosse stato per la mia maggiore resistenza e per la straordinaria agilità che la minore gravità di Marte mi regalava, forse non sarei riuscito a sostenere la lotta onorevole che invece combattei contro di lui.
Da un po’ giravamo l’uno attorno all’altro, senza causarci danni gravi; le lunghe, spade dritte, sottili come aghi, balenavano alla luce del sole e risuonavano nel silenzio cozzando tra loro a ogni parata. Infine, Zad, rendendosi conto che si stava stancando più di me, decise evidentemente di serrare la distanza e porre fine allo scontro in un ultimo, glorioso assalto; proprio mentre mi si scagliava addosso, un accecante lampo di luce mi colpì in pieno negli occhi, così che non riuscii a vedere il suo avvicinarsi e potei solo balzare di lato alla cieca nel tentativo di sfuggire alla lama possente che già mi pareva di sentire conficcarsi nelle viscere. Ebbi successo solo in parte, come testimoniò un dolore acuto alla spalla sinistra; ma dopo il rapido sguardo con cui cercai di ritrovare il mio avversario, vidi qualcosa che ricompensò ampiamente la ferita procuratami da quella temporanea cecità. Sul carro di Dejah Thoris c’erano tre figure che assistevano evidentemente al duello al di sopra delle teste dei Thark posti davanti al carro: erano Dejah Thoris, Sola e Sarkoja; e mentre il mio sguardo fugace le osservava, mi si presentò un piccolo quadro che rimarrà inciso nella mia memoria fino al giorno della mia morte.
Dejah Thoris si voltò ad affrontare Sarkoja con la furia di una giovane tigre e le strappò qualcosa dalla mano sollevata; un oggetto che balenò al sole mentre cadeva a terra. Allora capii che cosa mi aveva accecato nel momento cruciale del combattimento e come Sarkoja avesse studiato un modo per uccidermi, senza essere lei stessa a infliggermi il colpo fatale. Ma vidi anche un’altra cosa che in quel momento quasi mi costò la vita, perché per una frazione di secondo mi distolse completamente dal mio antagonista: mentre Dejah Thoris faceva volare via il minuscolo specchio dalla mano di Sarkoja, costei, il volto livido di odio e di rabbia frustrata, estrasse di scatto un pugnale con cui vibrò un colpo terribile diretto contro Dejah Thoris; ma Sola, la nostra cara e fedele Sola, balzò tra di loro. L’ultima cosa che vidi fu il grande coltello che scendeva nel suo petto offerto a protezione di Dejah Thoris.
Il mio nemico si era già ripreso dal suo affondo e per me la situazione era estremamente pericolosa; sicché rivolsi di nuovo l’attenzione al compito che avevo da svolgere allora, ma con nuove preoccupazioni, perché la mia mente non era più tanto concentrata sulla battaglia.
Ci assalimmo l’un l’altro furiosamente più e più volte, finché all’improvviso, sentendo la punta acuta della sua spada contro il mio petto in un affondo che non potevo né parare né evitare, mi scagliai su di lui con la spada tesa e con tutto il peso del mio corpo, deciso a non morire da solo, se potevo impedirlo. Sentii l’acciaio lacerarmi il petto e tutto diventò nero davanti ai miei occhi, la testa mi girò per la vertigine e sentii le ginocchia cedere sotto di me.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI ChatGPT.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
