La Principessa di Marte – Il saccheggio di Zodanga, è la venticinquesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:

 

  1. La Principessa di Marte: prima puntata
  2. La Principessa di Marte: seconda puntata
  3. Su Marte
  4. Un prigioniero
  5. Il mio cane da guardia
  6. Una lotta
  7. La Nursery
  8. Una bella prigioniera
  9. Imparo la lingua
  10. Campione e comandante
  11. Dejah Thoris
  12. Un prigioniero con potere
  13. Corteggiamenti
  14. Un duello all’ultimo sangue
  15. La storia di Sola
  16. Progettiamo la fuga
  17. Una ricattura molto penosa
  18. In catene a Warhoon
  19. Combattimento nell’arena
  20. Nella Fabbrica dell’Atmosfera
  21. Ricognizione aerea su Zodanga
  22. Ritrovo Dejah
  23. Perduti nel Cielo
  24. Tars Tarkas trova un amico
  25. Il saccheggio di Zodanga

 

Capitolo XXV

Non appena si spalancò il grande portone presso il quale mi trovavo, i miei cinquanta Thark, guidati dallo stesso Tars Tarkas, fecero il loro ingresso in sella ai loro possenti thoat. Li condussi fino alle mura del palazzo, che superai agevolmente senza bisogno di aiuto. Una volta all’interno, però, il portone mi diede parecchio filo da torcere; alla fine, tuttavia, fui ricompensato vedendolo ruotare sui suoi enormi cardini, e ben presto la mia feroce scorta attraversava al galoppo i giardini del jeddak di Zodanga.

Mentre ci avvicinavamo al palazzo, attraverso le grandi finestre del primo piano potei scorgere la sala delle udienze di Than Kosis, illuminata a giorno. L’immenso salone era gremito di nobili e dalle loro donne: pareva fosse in corso una cerimonia importante.

Fuori dal palazzo non si vedeva una sola guardia. Pensai che la cosa dipendesse dal fatto che le mura della città e del palazzo fossero considerate inespugnabili. Per cui, mi avvicinai e sbirciai all’interno.

A un’estremità della sala, Than Kosis e la consorte erano seduti su imponenti troni d’oro massiccio e diamanti, circondati da ufficiali e dignitari di Stato. Davanti a loro si apriva un ampio corridoio, delimitato sui due lati da file di soldati. Mentre guardavo, in fondo alla sala all’imbocco del corridoio, vidi apparire la testa di un corteo che avanzava verso il trono.

I primi erano quattro ufficiali della Guardia del jeddak, con un enorme vassoio sul quale era adagiata una pesante catena d’oro su un cuscino di seta scarlatta munita di un collare e di un lucchetto alle due estremità. Subito dietro venivano altri quattro ufficiali, con un vassoio simile, sul cui erano disposti magnifici ornamenti destinati a un principe o a una principessa della casa regnante di Zodanga.

Giunti ai piedi del trono, i due gruppi si separarono ponendosi ai lati opposti del corridoio, uno di fronte all’altro. Seguirono altri dignitari, gli ufficiali del palazzo e quelli dell’esercito; infine apparvero due figure interamente avvolte in drappi di seta scarlatta, tanto che non era possibile distinguere chi fossero. I due si fermarono ai piedi del trono, di fronte a Than Kosis.

Quando ebbe fatto il suo ingresso anche il resto del corteo ed ebbero preso posto tutti, Than Kosis si rivolse alla coppia che aveva davanti. Non potevo udire le sue parole, ma poi si fecero avanti due ufficiali che tolsero il drappo scarlatto a una delle due figure. Allora capii che Kantos Kan aveva fallito la sua missione: davanti a me si trovava infatti Sab Than, principe di Zodanga.

Than Kosis prese quindi da uno dei vassoi una parte degli ornamenti ponendo uno dei collari d’oro al collo del figlio, facendo quindi scattare il lucchetto. Dopo aver rivolto ancora qualche parola a Sab Than, si volse all’altra figura. Gli ufficiali tolsero i veli che la ricoprivano, rivelando alla fine ai miei occhi che ormai avevano compreso tutto, Dejah Thoris, principessa di Helium.

Mi fu subito chiaro lo scopo della cerimonia: di lì a un momento Dejah Thoris sarebbe stata unita per sempre al principe di Zodanga. Immagino che fosse una cerimonia imponente e splendida, ma ai miei occhi appariva come lo spettacolo più diabolico a cui avessi mai assistito.

Mentre gli ornamenti venivano sistemati sulla sua splendida figura e Than Kosis apriva il collare d’oro che teneva fra le mani, sollevai al di sopra della testa la mia spada lunga e, con il pesante pomo, infransi il vetro della grande finestra, balzando in mezzo all’assemblea attonita. Con un salto raggiunsi i gradini della pedana accanto a Than Kosis e, mentre lui rimaneva immobile per la sorpresa, abbattei la mia lunga spada sulla catena d’oro che avrebbe legato Dejah Thoris a un altro uomo.

Scoppiò il caos in un istante. Mi minacciarono da ogni parte mille spade sguainate, e Sab Than mi si avventò contro con un pugnale ingioiellato, estratto dagli ornamenti nuziali. Avrei potuto ucciderlo con la stessa facilità con cui potevo schiacciare una mosca, ma l’antica consuetudine di Barsoom mi trattenne. Gli afferrai il polso mentre il pugnale saettava verso il mio cuore e lo strinsi in una morsa, puntando poi la mia spada lunga verso l’estremità opposta della sala.

«Zodanga è caduta!» gridai. «Ecco!»

Tutti gli sguardi si volsero nella direzione che avevo indicato e, proprio in quel momento, attraverso i portali d’ingresso irruppero Tars Tarkas e i suoi cinquanta guerrieri al galoppo, in sella ai loro enormi thoat.

Dall’assemblea si levò un grido di allarme e di stupore, ma non una sola parola di paura. In un attimo, soldati e nobili di Zodanga si lanciarono contro i Thark che avanzavano.

Scaraventando Sab Than giù dalla pedana, attirai Dejah Thoris al mio fianco. Dietro il trono si apriva una stretta porta, dove si trovava ora ad affrontarmi non altri che Than Kosis, con la spada lunga sguainata. In un istante fummo alle prese e mi accorsi di avere di fronte un avversario tutt’altro che disprezzabile.

Mentre ci muovevamo in cerchio sulla vasta pedana, vidi Sab Than salire di corsa i gradini a soccorso del padre. Ma, quando sollevò la mano per colpire, Dejah Thoris gli si parò davanti e in quel momento la mia spada trovò il punto giusto, quello che fece di Sab Than il nuovo jeddak di Zodanga. Mentre suo padre rotolava morto sul pavimento, il nuovo jeddak si divincolò dalla stretta di Dejah Thoris per affrontarmi.

Ben presto si unirono a lui altri quattro ufficiali e, con le spalle contro un trono d’oro, mi ritrovai a combattere ancora una volta per Dejah Thoris. Ero duramente impegnato a difendermi, cercando al tempo stesso di non abbattere Sab Than e, con lui, l’ultima possibilità di conquistare la donna che amavo. La mia lama si muoveva con rapidità fulminea mentre cercavo di parare gli affondi e i fendenti dei miei avversari. Ne avevo già disarmati due e un terzo era a terra, quando molti altri si precipitarono in soccorso del loro nuovo sovrano, ma anche per vendicare la morte del vecchio.

Mentre avanzavano, si levarono grida di «La donna! La donna! Colpite lei! È tutta opera sua! Uccidetela! Uccidetela!»

Ordinai a Dejah Thoris di stare dietro di me e mi feci strada verso la porticina alle spalle del trono. Ma gli ufficiali avevano intuito le mie intenzioni: tre di loro mi balzarono alle spalle, sbarrandomi il passo e impedendomi di raggiungere quella posizione dalla quale avrei potuto difendere Dejah Thoris contro un esercito di spadaccini.

I Thark erano impegnati fino all’ultimo nel centro della sala, e cominciavo a rendermi conto che soltanto un miracolo avrebbe potuto salvare me e Dejah Thoris, quando vidi Tars Tarkas farsi largo con impeto tra la folla di pigmei che gli brulicava intorno. Con un solo fendente della sua possente spada abbatté una dozzina di nemici, aprendo così un varco di fronte a sé; un istante dopo era già sulla pedana dove ero io, seminando morte e distruzione a destra e a manca.

Il coraggio degli Zodangani era davvero impressionante: nessuno tentò di fuggire. E quando il combattimento terminò, nella grande sala non rimanevano in vita che i Thark, oltre a Dejah Thoris e a me.

Sab Than era morto accanto a suo padre, mentre i cadaveri dei migliori esponenti della nobiltà e della cavalleria di Zodanga ricoprivano il pavimento dopo quella sanguinosa carneficina.

Il mio primo pensiero, una volta terminata la battaglia, fu per Kantos Kan. Affidata Dejah Thoris alle cure di Tars Tarkas, presi con me una dozzina di guerrieri e mi precipitai nelle segrete sotto il palazzo. I carcerieri erano scomparsi quando si erano uniti ai combattenti nella sala del trono, sicché potemmo perlustrare il labirintico carcere senza incontrare resistenza.

A ogni corridoio e in ogni cella chiamavo ad alta voce il nome di Kantos Kan, finché fui finalmente ricompensato da una fievole risposta. Guidati dal suono, lo trovammo ben presto in un oscuro recesso, indifeso.

Fu felicissimo di vedermi e di sapere come era andata la battaglia, di cui erano giunti fino alla sua cella solo deboli echi. Mi raccontò che la pattuglia aerea lo aveva catturato prima che riuscisse a raggiungere l’alta torre; perciò, non era nemmeno riuscito a vedere Sab Than.

Ci rendemmo conto che sarebbe stato inutile tentare di segare le sbarre e spezzare le catene che lo tenevano prigioniero. Su suo suggerimento, tornai dunque al piano superiore per frugare i cadaveri alla ricerca delle chiavi necessarie ad aprire i lucchetti e le catene della cella.

Per fortuna, tra i primi corpi che esaminai trovai quello del suo carceriere e ben presto Kantos Kan fu con noi nella sala del trono.

Dalle strade della città ci giungevano rumori di intense sparatorie, grida e urla, e Tars Tarkas si affrettò a uscire per dirigere i combattimenti all’esterno. Kantos Kan lo accompagnò per fargli da guida, mentre i guerrieri verdi cominciarono a perlustrare con gran cura il palazzo in cerca di bottino e di possibili altri Zodangani. Dejah Thoris e io restammo soli.

Lei si era lasciata cadere su uno dei troni d’oro e, quando mi rivolsi a lei, mi accolse con un pallido sorriso.

«Ma che uomo sei tu!» esclamò. «So che Barsoom non ha mai conosciuto nessuno come te. È possibile che tutti gli uomini della Terra siano fatti così? Solo, straniero, braccato, minacciato, perseguitato, in pochi mesi hai compiuto ciò che in tutte le ere passate di Barsoom nessun uomo era mai riuscito a fare: hai unito le selvagge orde dei fondali marini e le hai convinte a combattere da alleate di un popolo di marziani rossi.»

«La risposta è semplice, Dejah Thoris», replicai sorridendo. «Non sono stato io a compiere tutto questo, bensì l’amore: l’amore per Dejah Thoris, una forza capace di operare miracoli ben più grandi di quello a cui hai appena assistito.»

Un grazioso rossore le si diffuse sul viso, e lei rispose:

«Ora puoi ben dirlo, John Carter, e io posso ascoltarti, perché sono libera.»

«E ho ancora molte altre cose da dirti, prima che sia di nuovo troppo tardi», replicai. «Nella mia vita ho compiuto molte imprese straordinarie, molte cose che uomini più saggi non avrebbero osato fare; eppure, nemmeno nelle mie fantasie più sfrenate ho mai sognato di poter conquistare una come Dejah Thoris. Non avevo mai immaginato che nell’intero universo esistesse una donna come la principessa di Helium. Il fatto che tu sia principessa non mi intimidisce; ma il fatto che sei davvero tu mi basta per farmi dubitare della mia sanità mentale, per cui ti chiedo, mia principessa, di diventare mia moglie.»

«Non ha motivo di sentirsi intimidito colui che già ben sapeva la risposta alla sua supplica prima ancora di formularla», rispose lei, alzandosi e posando le sue care mani sulle mie spalle.

Così la presi fra le braccia e la baciai.

E fu dunque nel cuore di una città sconvolta da una lotta furibonda, immersa negli allarmi della guerra, mentre morte e distruzione mietevano intorno a noi il loro terribile raccolto, che Dejah Thoris, principessa di Helium, vera figlia di Marte, dio della guerra, promise di sposare John Carter, gentiluomo della Virginia.

 

Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione di ChatGPT.

 

 

Edgar Rice Burroughs
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(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.